(Id.)
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Uscito da scuola il Travis di "Se...", cerca di inserirsi nel mondo del lavoro. La sua attività di venditore lo porterà ad andare a letto con donne molto diverse, andare in prigione, in una base militare, in un ospedale dove vengono fatti esperimenti, lavorare per uomini d'affari e per il cinema.
Film fiume di 3 ore, seguito ideale del precedente film della coppia Anderson/McDowell di cui riprende il protagonista, lo stile complessivo di mezza in scena, ma poi parte per conto proprio.
Qui a essere giudicata e condannata è l'intera società presa di petto in una serie infinita di scenette indipendenti le une dalle altre che cercano di coprire tutte le situazioni della vita (o meglio, tutte le istituzioni sociali) cercando con l'iperbole e la farsa (tutti gli attori interpretano due o tre personaggi diversi) il senso di critica stemperato di ironia, ma perdendo completamente la metafora in favore di un lungo spiegone su chi è il cattivo. Per essere chiari, a livello di critica sociale, il precedente film, si concentrava su una scuola come rappresentativa di un sistema e l'effetto risultava funzionante, qui invece volendo colpire tutti descrivendoli a uno a uno (colpendo anche sé stesso) l'effetto contestataria è stemperato e inefficace.
Quello che però viene fuori da questo film è l'incredibile capacità di raccontare di Anderson; un film di 3 ore di "critica" (anche se estremamente ironico), fatto di gag disgiunte intervallate da sequenze musicali dove la band che si occupa della colonna sonora suona dal vivo (un ottimo pop realizzato dalla band di Alan Price) è un'impresa titanica per tutti (spettatore compreso); ma il regista lo rende leggero, spensierato, divertente e totalmente digeribile. Più di così lo poteva fare solo Lynch, ma non sarebbe stato così spensierato.
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lunedì 20 agosto 2018
venerdì 26 gennaio 2018
Ella & John: The leisure seeker - Paolo Virzì (2017)
(The leisure seeker)
Visto al cinema.
Una coppia di anziani (lui ex professore universitario di lettere ora sempre più infognato in una demenza piuttosto mite, lei persona solare e positiva, ma gravata dalla malattia) partono per un ultimo viaggio insieme all'insaputa dei figli; da Boston vogliono raggiungere (a bordo del loro camper anni '70) Key West per vedere la casa di Hemingwey.
Virzì è da sempre un appassionato di melodrammi, sinceramente affezionato a quell'idea ingenua e romantica dell'agnizione familiare e delle persone migliori del resto del mondo. Usualmente il suo spirito drammatico è stemperato in film più ironici o grotteschi, ma già in passato si è confrontato, almeno due volte, con trame preponderantemente sentimentali. Qui, il regista livornese, fa un passo oltre, azzera completamente l'ironia e toglie ogni speranza per il futuro confezionando il suo film più banale dal punto di vista della storia. Il più banale e il pi doloroso.
Rendere il film scontato sotto ogni punto di vista e fallire miseramente con una sceneggiatura del genere era l'operazione più facile e più ovvia. Come sempre, però, quando Virzì si mette e smanacciare i sentimenti più abusati dal cinema, lì riesce ad avere un successo insperato per quasi chiunque altro.
Il film gira integralmente attorno alla coppia di protagonisti con solo pallidi e brevi tentativi di mettere in mezzo i figli e la vicina di casa e gestisce il rapporto di coppia più con le immagini che con i discorsi. L'amore e la stima fra nei confronti dell'anziano marito non verrà enunciata a vuoto, ma verrà mostrata con occhiate dense di emotività, con piccoli gesti, irritazione quando l'attenzione dell'uomo verte su altre persone, con il mettere o togliere gli occhiali. Virzì vince la sua sfida non creando niente di originale (a chi non piace il genere sembrerà il solito lungo polpettone), ma lasciando che sia il cinema a raccontare quello che le parole renderebbero scontato.
A onor del vero bisogna ammettere un'efficacia totale solo nella prima parte. A mano a mano che il viaggio prosegue, le sfighe si sommano, il piano diventa evidente e il carico di agnizioni diviene esagerato (così come le prove d'affetto iperboliche) il film si sfilaccia un poco e ne viene ridimensionata la portata, ma mai annullata.
Ottima la coppia di protagonisti, Sutherland compreso, costantemente impegnato a fare dolci sorrisetti da uomo spaesato.
Visto al cinema.
Una coppia di anziani (lui ex professore universitario di lettere ora sempre più infognato in una demenza piuttosto mite, lei persona solare e positiva, ma gravata dalla malattia) partono per un ultimo viaggio insieme all'insaputa dei figli; da Boston vogliono raggiungere (a bordo del loro camper anni '70) Key West per vedere la casa di Hemingwey.
Virzì è da sempre un appassionato di melodrammi, sinceramente affezionato a quell'idea ingenua e romantica dell'agnizione familiare e delle persone migliori del resto del mondo. Usualmente il suo spirito drammatico è stemperato in film più ironici o grotteschi, ma già in passato si è confrontato, almeno due volte, con trame preponderantemente sentimentali. Qui, il regista livornese, fa un passo oltre, azzera completamente l'ironia e toglie ogni speranza per il futuro confezionando il suo film più banale dal punto di vista della storia. Il più banale e il pi doloroso.
Rendere il film scontato sotto ogni punto di vista e fallire miseramente con una sceneggiatura del genere era l'operazione più facile e più ovvia. Come sempre, però, quando Virzì si mette e smanacciare i sentimenti più abusati dal cinema, lì riesce ad avere un successo insperato per quasi chiunque altro.
Il film gira integralmente attorno alla coppia di protagonisti con solo pallidi e brevi tentativi di mettere in mezzo i figli e la vicina di casa e gestisce il rapporto di coppia più con le immagini che con i discorsi. L'amore e la stima fra nei confronti dell'anziano marito non verrà enunciata a vuoto, ma verrà mostrata con occhiate dense di emotività, con piccoli gesti, irritazione quando l'attenzione dell'uomo verte su altre persone, con il mettere o togliere gli occhiali. Virzì vince la sua sfida non creando niente di originale (a chi non piace il genere sembrerà il solito lungo polpettone), ma lasciando che sia il cinema a raccontare quello che le parole renderebbero scontato.
A onor del vero bisogna ammettere un'efficacia totale solo nella prima parte. A mano a mano che il viaggio prosegue, le sfighe si sommano, il piano diventa evidente e il carico di agnizioni diviene esagerato (così come le prove d'affetto iperboliche) il film si sfilaccia un poco e ne viene ridimensionata la portata, ma mai annullata.
Ottima la coppia di protagonisti, Sutherland compreso, costantemente impegnato a fare dolci sorrisetti da uomo spaesato.
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Paolo Virzì
mercoledì 18 maggio 2011
RED - Robert Schwentke (2010)
(Id.)
Visto al cinema.
Bruce Willis, ex agente CIA, si innamora a distanza di una ragazzetta (40enne) del call center dell’INPS americano. Poi improvvisamente si rende conta che qualcuno cerca di farlo fuori; decide di rimettere in sesto la banda di colleghi ormai geriatrici e si getta alla caccia del cacciatore.
Il film è divertente e vorrebbe essere realizzato come un orologio svizzero, beh il piano finale è abbastanza idiota nella pianificazione, ma l’effetto è adeguato, divertente, come dicevo, e rende fighi i buoni e stupidi i cattivi (così come dovrebbe essere).
Commedia action corale come va tanto adesso, con una serie di personaggi invidiabilmente caratterizzati e pensati e costruiti sulla pelle degli attori che li avrebbero interpretati. E proprio qui è il punto di forza; il cast. Il cast è fatto da tutta una serie di ex cavalli di razza che si divertono a recitare sopra le righe; l’effetto riesce e il film funziona alla perfezione. Su tutti vince John Malkovich che a fare il matto è sempre il migliore, poi c’è pure Borgnine che a 94 anni suonati (è del 1917!!) sembra un settantenne e fa sempre la sua porca figura e Morgan Freeman mi pare essere tornato in salute.
Bravi tutti.
Visto al cinema.
Bruce Willis, ex agente CIA, si innamora a distanza di una ragazzetta (40enne) del call center dell’INPS americano. Poi improvvisamente si rende conta che qualcuno cerca di farlo fuori; decide di rimettere in sesto la banda di colleghi ormai geriatrici e si getta alla caccia del cacciatore.Il film è divertente e vorrebbe essere realizzato come un orologio svizzero, beh il piano finale è abbastanza idiota nella pianificazione, ma l’effetto è adeguato, divertente, come dicevo, e rende fighi i buoni e stupidi i cattivi (così come dovrebbe essere).
Commedia action corale come va tanto adesso, con una serie di personaggi invidiabilmente caratterizzati e pensati e costruiti sulla pelle degli attori che li avrebbero interpretati. E proprio qui è il punto di forza; il cast. Il cast è fatto da tutta una serie di ex cavalli di razza che si divertono a recitare sopra le righe; l’effetto riesce e il film funziona alla perfezione. Su tutti vince John Malkovich che a fare il matto è sempre il migliore, poi c’è pure Borgnine che a 94 anni suonati (è del 1917!!) sembra un settantenne e fa sempre la sua porca figura e Morgan Freeman mi pare essere tornato in salute.
Bravi tutti.
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