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venerdì 18 settembre 2015

La regola del gioco - Jean Renoir (1939)

(La règle du jeu)

Visto in Dvx.

Per festeggiare un famoso aviatore appena tornato dalla sua ultima impresa, un nobile offre un weekend di caccia e divertimenti in una sua villa in campagna; alla festa verrà invitata anche la sua amante e l'aviatore si scoprirà presto essere innamorato della padrona di casa; a complicare il quadro vi sarà anche l'amore fedifrago della servetta moglie del guardiacaccia. In mezzo a questo romanzo d'appendice rimane sospesa la tragedia del finale.

Film sui generis; Renoir molla il suo verismo cinematografico e si da alla farsa o, per meglio dire, alla "fantasia drammatica". In effetti alla fine della visione quello che rimane più impresso è come in questo feuilleton si inserisce un dramma autentico e non smorzato dal tono avuto fino a quel momento; un twist nel ritmo che potrebbe giustificare in parte il fiasco al botteghino all'epoca.
Il film per tutta il resto del minutaggio sembra la base su cui verrà costruito anni dopo "Gosford Park"; nobili e servitù sotto lo stesso tetto, amori e intrighi che si intrecciano, comicità smaccata affiancata a un'ironia più sottile, il tutto condito con qualche personaggio più sfaccettato degli altri consapevole di ciò che accade e con negli occhi la tristezza (la Gregor ovviamente).

Durante la visione però quello che colpisce è altro; dialoghi rapidi e ben costruiti pur senza sfociare nella logorrea delle screwball comedy; montaggio da elogiare per la perfezione nonostante la rapidità; ma su tutto vince la libertà di Renoir con la macchina da presa, panoramiche a schiaffo e circolari, carrelli improvvisi e secchi, inquadrature dal basso, primissimi piani perfetti e densissimi, fuoco molto profondo con scene costruite su più piani, macchina da presa a inseguire i personaggi fino al gioco delle coppie durante la recita in cui la macchina da presa sembra letteralmente danzare con i personaggi in fuga.
Paragonare a Welles non è del tutto calzante, ma certamente qui c'è gran parte di quella libertà che di li a tre anni il regista americano vorrà prendersi.

PS: Renoir recita nella parte Octave, l'amico di tutti.

venerdì 16 ottobre 2009

Desiderio del cuore - Carl Theodor Dreyer (1924)

(Mikael)

Visto in DVD

Questo film è una sorta di copia di "Pagine dal libro di Satana". Dreyer sembra avere capito il segreto per fare un buon film e lo ricalca, ma ora ha più esperienza…

Come nel suo secondo film la costruzione delle scene è centrale, a mio avviso meno articolata che nell’altro, ma stavolta le scenografie sono decisamente superiori, mascherine al posto della camera mobile, ma stavolta sono più delicate, più raffinate, e poi il montaggio parallelo nel finale, che stavolta però non concede nulla al lieto fine. Si perché stavolta ci troviamo di fronte ad un melodramma ben più cupo del precedente, in cui un “padre” (che in realtà è un pittore) si trova tradito dal “figlio” (che in realtà è il suo modello) e nonostante se ne renda conto continua a sostenerlo fino al mirabile finale; il figlio dal canto suo cerca una libertà che probabilmente già ha, ma soffre di sudditanza psicologica, se ne libera grazie al coraggio datogli dall’amore di una donna, la quale, ironicamente, lo legherà a se forse anche in maniera più ferrea che non il “padre”, e questo senza esserne consapevole.

Un gran film e, stranamente per Dreyer, neppure troppo noioso, come non era noioso "Pagine dal libro di Satana", altra somiglianza.