(The witches)
Visto su Netflix.
Un ragazzo rimasto orfano viene allevato dalla nonna che gli racconta storie e aneddoti sulle streghe come si trattasse di un corso di sopravvivenza. In ferie sulla costa inglese finiranno nello stesso albergo di un gruppo di donne che si scopriranno essere (rullo di tamburi) delle streghe, con un piano, tanto diabolico quanto inutilmente complicato per sbarazzarsi dei bambini. Trasformato in topo inizierà l'avventura vera.
C'è stato un tempo in cui i film per regazzini non erano accomodanti sugli scopi dei villain e neppure sulla loro estetica, anzi erano apertamente repulsivi; e personalmente ancora rimpiango quel periodo.
Ovviamente il character design non è tutto e una trama tra il dozzinale e il ridicolo affoga fin dall'inizio un film che è si per bambini, ma non per questo dev'essere idiota. C'è poi una vera e proprio mancanza di competenza nella scrittura che si dilunga per oltre la metà con la preparazione degli eventi per lasciare alla parte dell'avventura un minutaggio limitato (serviva un convengo così lungo?).
L'ultima aprte, quella più dinamica rimane godibile e si concede un finalone che riecheggia (per uso degli effetti protesici, delle inquadrature sghembe e delle metamorfosi) "Splatters".
Quello che però più colpisce di un filmetto del genere è la qualità del cast artistico messo in mezzo.
la Zetterling era (ed è) ormai una semisconosciuta, ma la Huston era all'apice, ma soprattutto c'è alla regia un insospettabile Roeg. Irriconoscibile, pagato per mettere il pilota automatico e rimanere il pi possibile lontano dalla sua comfort zone.
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lunedì 8 giugno 2020
lunedì 4 novembre 2013
Espiazione - Joe Wright (2007)
(Atonment)
Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Storia di espiazione (CON SPOILER!).
Un film sul
senso di colpa che impiega metà del tempo a mostrare da cosa nasce il fatale
errore (se così si può chiamare); e nasce da un misto di amore e stupidità di
una ragazzina preadolescente, in definitiva, nasce dal caso; poi si prende il
resto del tempo per mostrare a che cosa portò il senso di colpa, al tentativo
di espiazione e al tentativo di essere perdonata. Infine il tutto si chiude
sull'ammissione di aver ingannato lo spettatore; il tentativo di espiazione ci
fu, ma fu fatto a vuoto. Il finale lasciato alla Redgrave ammanta il tutto di
un dolore senza speranza che non sarebbe stato possibile esprimere meglio; e la
Redgrave si conferma una grande.
Il film però si
fa notare soprattutto per la regia di Wright. Tutti citano (non a torto) il
piano sequenza centrale sulla spiaggia; una carrellata geograficamente enorme
(gli attori, ma anche la macchina da presa camminano per centinaia di metri),
curato nei dettagli (visivi, sonori, di disposizione di attori ed oggetti) in
maniera maniacale. Tuttavia, pur essendo un estimatore dei piani sequenza come
vera caratteristica distintiva del cinema come arte a se; in questo caso non ci
sta. L’ho molto apprezzato, ma è proprio privo di significato, non dice nulla,
non mostra nulla di importante, non aggiunge significato a niente. Si tratta
solo di una, bellissima, prova di forza di Wright.
La regia che
più conta, a mio avviso, si concentra soprattutto nella prima metà. Li c’è
tutto quello che si può volere da un regista. Fotografia impeccabile; punti di
vista multipli (le scene vista vissute dai diversi personaggi si affiancano
l’una all'altra senza che ne venga evidenziato il passaggio); carrelli come se
piovessero; disposizione dei personaggi
sempre ragionata; ma su tutto regna l’utilizzo del sonoro. I suoni qui
fanno la differenza; su tutti il rumore della macchina da scrivere è pervasivo
(perché il film si apre con la protagonista che scrive, da grande diventerà
scrittrice e racconterà proprio questa storia; perché la lettera galeotta sarà
scritta a macchina) e da elemento del sonoro (espresso a volume aumentato
rispetto al resto) diviene continuamente elemento musicale; è quel suono, il
battere sui tasti, che fa da legante dell’intera vicenda, delle sequenze più
distanti e di tutti i personaggi. Anche il rumore di colpi sull'auto della
polizia avranno il loro momento di gloria, ma solo perché quell'episodio
determina il passaggio dalla prima alla seconda metà.
venerdì 19 novembre 2010
London River - Rachid Bouchareb (2009)
(Id.)
Visto al Festival di Cinema Africano (fuori concorso).
Il film è stato presentato come evento speciale alla memoria di Sotiqui Kouyaté, uno degli attori africani (neri, sennò ci stava anche Charlize Theron nel novero) scomparso nell'Aprile di quest'anno. Questo è stato il suo ultimo film.
Dopo gli attentati del 7 luglio a Londra, una madre (Brenda Blethyn) rimasta senza marito non riceve più notizie dalla figlia. Spaventata decide di andare a cercarla. Una volta giunta alla casa della figlia inizierà a scoprire lati di lei che non conosceva (conviveva con un ragazzo africano, stava studiando l'arabo e frequentava la moschea), mentre sempre di più le serpeggia la certezza che sia morta durante gli attentati. Nel frattempo anche il padre del ragazzo sta cercando notizie del figlio, dopo le prime diffidenze, i due si uniranno nella disperata ricerca.
Classico melodrammone dai risvolti sociali (i soliti discorsi sulla diversità e sull'accettazione) e realizzato con la sempre più odiosa camera a mano... però devo ammetterlo, i drammi inglesi mi conquistano sempre. Sarà la loro verosimiglianza, il loro voler sembrare autentici il più possibile (ecco perchè usano la camra a mano fino allo spasimo), sarà Brenda Blethyn che nelle parti di madre disperata è sempre bravissima, sarà che i drammi inglesi non sono mai consolatori. Anche in questo caso l'accettazione del diverso (che in un film americano, o italiano, sarebbe stato il finale morale prima dell'happy ending) è sostanzialmente inutile, le cose non cambiano, e l'intero film si può riassumere nelle due scene finali; da una parte Kouyaté che da ordine di abbattere uno dei suoi amati olmi, quasi senza combattere; nell'altra la Blethyn che, tornata a casa, zappa la terra, in un impeto disperato, che sembra quasi voler fare del male al terreno, da sola, senza possibilità d'essere aiutata.
Visto al Festival di Cinema Africano (fuori concorso).
Il film è stato presentato come evento speciale alla memoria di Sotiqui Kouyaté, uno degli attori africani (neri, sennò ci stava anche Charlize Theron nel novero) scomparso nell'Aprile di quest'anno. Questo è stato il suo ultimo film.
Dopo gli attentati del 7 luglio a Londra, una madre (Brenda Blethyn) rimasta senza marito non riceve più notizie dalla figlia. Spaventata decide di andare a cercarla. Una volta giunta alla casa della figlia inizierà a scoprire lati di lei che non conosceva (conviveva con un ragazzo africano, stava studiando l'arabo e frequentava la moschea), mentre sempre di più le serpeggia la certezza che sia morta durante gli attentati. Nel frattempo anche il padre del ragazzo sta cercando notizie del figlio, dopo le prime diffidenze, i due si uniranno nella disperata ricerca.
Classico melodrammone dai risvolti sociali (i soliti discorsi sulla diversità e sull'accettazione) e realizzato con la sempre più odiosa camera a mano... però devo ammetterlo, i drammi inglesi mi conquistano sempre. Sarà la loro verosimiglianza, il loro voler sembrare autentici il più possibile (ecco perchè usano la camra a mano fino allo spasimo), sarà Brenda Blethyn che nelle parti di madre disperata è sempre bravissima, sarà che i drammi inglesi non sono mai consolatori. Anche in questo caso l'accettazione del diverso (che in un film americano, o italiano, sarebbe stato il finale morale prima dell'happy ending) è sostanzialmente inutile, le cose non cambiano, e l'intero film si può riassumere nelle due scene finali; da una parte Kouyaté che da ordine di abbattere uno dei suoi amati olmi, quasi senza combattere; nell'altra la Blethyn che, tornata a casa, zappa la terra, in un impeto disperato, che sembra quasi voler fare del male al terreno, da sola, senza possibilità d'essere aiutata.
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