(Id.)
Visto in Dvx, doppiato in francese sottotitolato.
Un uomo di 118 è rimasto l'ultimo mortale, di lui non si conosce nulla; quando viene itnervistato racconta la sua vita, parlando delle svolte più importanti (delle scelte fondamentali che hanno portato verso una direzione o un'altra) raccontandone gli effetti come se entrambe le scelte fossero state effettivamente prese.
Film articolato e complesso, con una narrazione volutamente non cronologica e spezzata all'inizio, con una tendenza alla complessità fine a sé stessa come a voler rappresentare così la vita stessa. Si, insomma, stiamo giocando nello stesso campo di "Synecdoche, New York". Ma diciamolo, su tutto un altro livello. Nel suo barocchismo, il film di Kaufman, riesce a essere più organizzato, più concreto e strutturato, oltre che molto più coinvolgente a livello emotivo.
Detto ciò il film è esteticamente impegnativo, con una fotografia che utilizza in maniera simbolica i colori, con un suo pervasivo e significativo del fuori fuoco e giochi di rimandi continui. Bisogna ammettere che non c'è niente di nuovo e il film risulta anche piuttosto squilibrato, ma risulta ugualmente fruibile e per la prima ora e mezza è anche estremamente ritmato e interessante.
Uno dei maggiori difetti è la durata fiume di quest'opera, le due ore e mezza senza sapere da che parte si voglia andare a parare possono essere un limite insopportabile, tuttavia sono anche uno dei principali motivi di fascino; un film destrutturato, in cui la scansione temporale potrebbe durare all'infinito, la cui durata è superiore a quella usuale, riesce a creare un effetto lievemente sconcertante. E forse è proprio questa la forza principale del film.
Dal punto di vista del significato sembra tutto riassunto nella frase di Williams citata dal protagonista: "Ogni percorso è il giusto percorso. Ogni cosa avrebbe potuto essere un'altra e avrebbe avuto lo stesso profondo significato". Il film, infarcito di qualsivoglia teoria scientifica/matematica, sembra voler mostrare semplicemente questo, tutte le scelte fatte avrebbero avuto il loro significato, diverso, ma egualmente importante; con questa consapevolezza la scelta è impossibile.
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lunedì 29 ottobre 2018
lunedì 29 gennaio 2018
La ruota delle meraviglie - Woody Allen (2017)
(Wonder wheel)
Visto al cinema.
Una donna con figlio a carico che vive con un uomo presso la ruota panoramica di Coney Island ha il bagnino della spiaggia come amante, sexy e intellettuale. L'equilibrio fatto di una vita insipida e aspirazioni elevate concretizzate nel tradimento viene sbilanciato dall'arrivo della figlia di primo letto del marito, una ragazza giovane di cui si innamorerà l'amante della donna.
Questo nuovo film di Allen è un'ennesima variazione sul tema delle tragedia greche, un misto di fato avverso e di hybris punita dal passo pesantissimo e dalla chiusura totalizzante e senza speranza. In poche parole, siamo davanti all'Allen migliore.
Anche in questo caso l'intera vicenda si poggia anche sull'arte come elemento presente (e pervasivo) di alcuni personaggi divenendo fin dalla primissima sequenza (uno dei co-protagonisti che parla direttamente in macchina come in un dramma di Shakespeare) il metro di misura dell'intera messa in scena.
L'arte in questo caso è quella del teatro (scrittura, racconto e recitazione) e dal teatro è preso il melodramma e l'allegoria (dichiarate nella scena d'apertura), nonché la costruzione soffocante del primo showdown fra le due donne (con marito) nella casa della coppia e delle due chiusure fra la donna e i due uomini sempre nella stessa casa; una tripletta di sequenze realizzato con unità di tempo luogo e piano sequenza che rappresentano il punto più basso (la prima scena) e il più alto (le ultime due) dell'intero film. Curiosamente, la prima delle scene sembra essere vistosamente zoppicante dal punto di vista della sceneggiatura (reazioni esagerate, passaggi logici claudicanti o del tutto assenti, lunghezza esagerata) che affossa anche gli attori migliori. Le ultime due invece sono una delle porzioni più appaganti del cinema contemporaneo, con una cura della fotografia (ne dirò) e della regia incredibile (dei piani sequenza soffocanti e isterici insieme) che servono solo a dare più enfasi agli attori anziché distrarre da loro permettendo alla Winslet una delle sue performance da ricordare. (non vorrei esagerare in dietrologia, ma l'abisso fra l'inizio e la fine è talmente grande da farmi sospettare che fosse voluto).
Menzione a parte per la fotografia (Storaro) che sfruttando le luci della ruota panoramica si arroga il diritto di utilizzare colori assurdi, di abbinarli alle attrici (colori caldi per la Winslet, freddi per la Temple) e di utilizzarli quando la scena parla dell'una o dell'altra (o l'assenza di saturazione per la vita normale) in un parossismo cromatico (che va di pari passo con quello emotivo) che sembra la versione in technicolor dell'espressionismo tedesco.
In poche parole siamo davanti a uno dei migliori Allen possibili.
Visto al cinema.
Una donna con figlio a carico che vive con un uomo presso la ruota panoramica di Coney Island ha il bagnino della spiaggia come amante, sexy e intellettuale. L'equilibrio fatto di una vita insipida e aspirazioni elevate concretizzate nel tradimento viene sbilanciato dall'arrivo della figlia di primo letto del marito, una ragazza giovane di cui si innamorerà l'amante della donna.
Questo nuovo film di Allen è un'ennesima variazione sul tema delle tragedia greche, un misto di fato avverso e di hybris punita dal passo pesantissimo e dalla chiusura totalizzante e senza speranza. In poche parole, siamo davanti all'Allen migliore.
Anche in questo caso l'intera vicenda si poggia anche sull'arte come elemento presente (e pervasivo) di alcuni personaggi divenendo fin dalla primissima sequenza (uno dei co-protagonisti che parla direttamente in macchina come in un dramma di Shakespeare) il metro di misura dell'intera messa in scena.
L'arte in questo caso è quella del teatro (scrittura, racconto e recitazione) e dal teatro è preso il melodramma e l'allegoria (dichiarate nella scena d'apertura), nonché la costruzione soffocante del primo showdown fra le due donne (con marito) nella casa della coppia e delle due chiusure fra la donna e i due uomini sempre nella stessa casa; una tripletta di sequenze realizzato con unità di tempo luogo e piano sequenza che rappresentano il punto più basso (la prima scena) e il più alto (le ultime due) dell'intero film. Curiosamente, la prima delle scene sembra essere vistosamente zoppicante dal punto di vista della sceneggiatura (reazioni esagerate, passaggi logici claudicanti o del tutto assenti, lunghezza esagerata) che affossa anche gli attori migliori. Le ultime due invece sono una delle porzioni più appaganti del cinema contemporaneo, con una cura della fotografia (ne dirò) e della regia incredibile (dei piani sequenza soffocanti e isterici insieme) che servono solo a dare più enfasi agli attori anziché distrarre da loro permettendo alla Winslet una delle sue performance da ricordare. (non vorrei esagerare in dietrologia, ma l'abisso fra l'inizio e la fine è talmente grande da farmi sospettare che fosse voluto).
Menzione a parte per la fotografia (Storaro) che sfruttando le luci della ruota panoramica si arroga il diritto di utilizzare colori assurdi, di abbinarli alle attrici (colori caldi per la Winslet, freddi per la Temple) e di utilizzarli quando la scena parla dell'una o dell'altra (o l'assenza di saturazione per la vita normale) in un parossismo cromatico (che va di pari passo con quello emotivo) che sembra la versione in technicolor dell'espressionismo tedesco.
In poche parole siamo davanti a uno dei migliori Allen possibili.
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lunedì 19 ottobre 2015
Black mass - Scott Cooper (2015)
(Id.)
Visto al cinema.
La storia di un malavitoso d'origini irlandesi di Boston. La sua collaborazione con un suo vecchio amico dell'FBI che gli fa ottenere l'impunità per tutti i suoi crimini (in teoria sono esclusi omicidio e droga), in cambio deve dargli il capo della mafia italoamericana.
Questo è semplicemente un film inutile.
Siamo davanti ha un film di gangster classico, con uno stile volutamente ridotto all'osso e un piglio molto secco che non si tira indietro di fronte a saltuari momenti di violenza esposta (tutte cose apprezzabili).
Siamo davanti a un film con un cast di facce note da fare concorrenza a "Grand Budapest Hotel", solo che là sono star che si prestano al gioco, qui sono comprimari, caratteristi, facce da telefilm (e Cumberbatch che non considero in queste categorie... e mi piacerebbe escludere anche Kevin Bacon anche se ormai...), utili solo a tenere desta l'attenzione (a un certo punto si gioca a "riconosci Russo di House of Cards" invece che seguire il film).
C'è un Johnny Depp che va premiato per l'impegno che ci mette. Si vede che si sta provando davvero a recitare e in un paio di momenti credo gli sia pure riuscito; per il resto del tempo cerca di adattare le sue smorfie alla situazione e anche in questo bisogna ammettere che è stato piuttosto bravo. Non recita davvero, ma questa è senza alcun dubbio la sua migliore performance degli ultimi 11 anni (se la gioca solo con "Nemico pubblico").
Quello che manca sono due dettagli.
Lo scavo dei personaggi. Non voglio fare l'intellettuale che pretende psicologie articolate o ben costruite, ma un minimo di chiarezza va fatta. Perché l'amico dell'FBI si comporta in quel modo (ok per i soldi e per l'amicizia, ma sono tutte cose dette a voce e non spiegate dal comportamento del personaggio, e questo fa la differenza), perché Johnny Depp è così, in che rapporti è con il fratello. Non sono cose fondamentali, ma sei tu, sceneggiatore, che mi hai messo un sacco di elementi dentro, se ce li metti usali bene, spiegali; altrimenti ti riduci a mettere insieme delle scene che dovrebbero essere pregne di emozioni e significati, ma che in realtà sono vuote, perché non mi ci hai portato a quel punto, me lo hai solo sbattuto in faccia (a esempio Depp che accarezza con brama e violenza la moglie dell'amico).
La seconda è un minimo di ritmo. Questo film è piatto, senza picchi, senza interesse, senza grip. Alla fine del film ci si chiede per quale motivo si sia sentito bisogno di raccontare questa storia così insipida; anche se in realtà in passato si è fatto molto di più con molto meno.
Visto al cinema.
La storia di un malavitoso d'origini irlandesi di Boston. La sua collaborazione con un suo vecchio amico dell'FBI che gli fa ottenere l'impunità per tutti i suoi crimini (in teoria sono esclusi omicidio e droga), in cambio deve dargli il capo della mafia italoamericana.
Questo è semplicemente un film inutile.
Siamo davanti ha un film di gangster classico, con uno stile volutamente ridotto all'osso e un piglio molto secco che non si tira indietro di fronte a saltuari momenti di violenza esposta (tutte cose apprezzabili).
Siamo davanti a un film con un cast di facce note da fare concorrenza a "Grand Budapest Hotel", solo che là sono star che si prestano al gioco, qui sono comprimari, caratteristi, facce da telefilm (e Cumberbatch che non considero in queste categorie... e mi piacerebbe escludere anche Kevin Bacon anche se ormai...), utili solo a tenere desta l'attenzione (a un certo punto si gioca a "riconosci Russo di House of Cards" invece che seguire il film).
C'è un Johnny Depp che va premiato per l'impegno che ci mette. Si vede che si sta provando davvero a recitare e in un paio di momenti credo gli sia pure riuscito; per il resto del tempo cerca di adattare le sue smorfie alla situazione e anche in questo bisogna ammettere che è stato piuttosto bravo. Non recita davvero, ma questa è senza alcun dubbio la sua migliore performance degli ultimi 11 anni (se la gioca solo con "Nemico pubblico").
Quello che manca sono due dettagli.
Lo scavo dei personaggi. Non voglio fare l'intellettuale che pretende psicologie articolate o ben costruite, ma un minimo di chiarezza va fatta. Perché l'amico dell'FBI si comporta in quel modo (ok per i soldi e per l'amicizia, ma sono tutte cose dette a voce e non spiegate dal comportamento del personaggio, e questo fa la differenza), perché Johnny Depp è così, in che rapporti è con il fratello. Non sono cose fondamentali, ma sei tu, sceneggiatore, che mi hai messo un sacco di elementi dentro, se ce li metti usali bene, spiegali; altrimenti ti riduci a mettere insieme delle scene che dovrebbero essere pregne di emozioni e significati, ma che in realtà sono vuote, perché non mi ci hai portato a quel punto, me lo hai solo sbattuto in faccia (a esempio Depp che accarezza con brama e violenza la moglie dell'amico).
La seconda è un minimo di ritmo. Questo film è piatto, senza picchi, senza interesse, senza grip. Alla fine del film ci si chiede per quale motivo si sia sentito bisogno di raccontare questa storia così insipida; anche se in realtà in passato si è fatto molto di più con molto meno.
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lunedì 4 novembre 2013
Espiazione - Joe Wright (2007)
(Atonment)
Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Visto in DVD, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Storia di espiazione (CON SPOILER!).
Un film sul
senso di colpa che impiega metà del tempo a mostrare da cosa nasce il fatale
errore (se così si può chiamare); e nasce da un misto di amore e stupidità di
una ragazzina preadolescente, in definitiva, nasce dal caso; poi si prende il
resto del tempo per mostrare a che cosa portò il senso di colpa, al tentativo
di espiazione e al tentativo di essere perdonata. Infine il tutto si chiude
sull'ammissione di aver ingannato lo spettatore; il tentativo di espiazione ci
fu, ma fu fatto a vuoto. Il finale lasciato alla Redgrave ammanta il tutto di
un dolore senza speranza che non sarebbe stato possibile esprimere meglio; e la
Redgrave si conferma una grande.
Il film però si
fa notare soprattutto per la regia di Wright. Tutti citano (non a torto) il
piano sequenza centrale sulla spiaggia; una carrellata geograficamente enorme
(gli attori, ma anche la macchina da presa camminano per centinaia di metri),
curato nei dettagli (visivi, sonori, di disposizione di attori ed oggetti) in
maniera maniacale. Tuttavia, pur essendo un estimatore dei piani sequenza come
vera caratteristica distintiva del cinema come arte a se; in questo caso non ci
sta. L’ho molto apprezzato, ma è proprio privo di significato, non dice nulla,
non mostra nulla di importante, non aggiunge significato a niente. Si tratta
solo di una, bellissima, prova di forza di Wright.
La regia che
più conta, a mio avviso, si concentra soprattutto nella prima metà. Li c’è
tutto quello che si può volere da un regista. Fotografia impeccabile; punti di
vista multipli (le scene vista vissute dai diversi personaggi si affiancano
l’una all'altra senza che ne venga evidenziato il passaggio); carrelli come se
piovessero; disposizione dei personaggi
sempre ragionata; ma su tutto regna l’utilizzo del sonoro. I suoni qui
fanno la differenza; su tutti il rumore della macchina da scrivere è pervasivo
(perché il film si apre con la protagonista che scrive, da grande diventerà
scrittrice e racconterà proprio questa storia; perché la lettera galeotta sarà
scritta a macchina) e da elemento del sonoro (espresso a volume aumentato
rispetto al resto) diviene continuamente elemento musicale; è quel suono, il
battere sui tasti, che fa da legante dell’intera vicenda, delle sequenze più
distanti e di tutti i personaggi. Anche il rumore di colpi sull'auto della
polizia avranno il loro momento di gloria, ma solo perché quell'episodio
determina il passaggio dalla prima alla seconda metà.
mercoledì 8 maggio 2013
Killer Joe - William Friedkin (2011)
(Id.)
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
Poi all'improvviso dall'America ti
arriva un film di un noir torbido e acre come pochi, così folle e senza
speranza da fare impressione, con squarci di perversione da poter competere con
Miike.
Ti arriva questo film, un film dove un
ragazzo con problemi di soldi da restituire (gli è sparita una partita di droga
che doveva vendere) va dal padre decerebrato e gli chiede se è d’accordo di
uccidere la sua ex moglie (del padre, che poi è la madre del ragazzo) perché
pare che abbia un’assicurazione sulla vita la cui beneficiaria sia la sorella
del giovane (la bella e matta sorella del giovane). Ovviamente il padre, che è
molto un decerebrato, accetta. Si rivolgono ad un poliziotto Joe Cooper, che
nel tempo libero uccide a pagamento e si accorda per dargli parte
dell’assicurazione, intanto a mo’ di cauzione, si fa dare la sorella… e questo
è solo l’inizio; quando si pensa di essersi ficcati nell'occhio del ciclone
noir ci si accorge di essere arrivai solo alla periferia.
Una regia che è un utilizzo degli
attori come poche altre; i personaggi sono folli e poco credibili, ma ben
delineati, agli attori il compito di metterli in vita. Ma in questo compito
sono affiancati da un uso dei loro corpi (nelle espressione che fanno, nell'uso
dei corpi nello spazio, nel voyerismo nel mostrare nudità, ecc…) da una regia
che si prende il lusso di infilare alcune brevi sequenze indipendenti dalle
scene principali solo per delinearne il mood (si pensi ai fulmini nella sequenza
in auto), e taglia tutto con una fotografia tetra e squallida al punto giusto.
In un ambiente del genere il perfetto lavoro di casting permette, come ultimo
tocco il miracolo.
Poi all'improvviso dall'America ti
arriva un film noir anni ’50 classico, reso solo senza speranza come un dramma
indipendente anni ’80-’90 e con inserti di post-modernismo e di follia
invidiabili. Poi guardi a chi è il regista e ti accorgi che nonostante
l’anagrafe lo condanni ad essere quasi un ottuagenario Friedkin si dimostra
il più giovane fra i registi made in USA.
PS: si lo so c’è un Matthew "ctrlC" McConaughey impressionante, ma d’altra parte non mi soprende troppo. Lui era nato come il
successore di Paul Newman, bello, giovane e bravo. Poi ha fatto la scelta che tutti noi avremmo fatto, girare un
film all'anno a torso nudo su una spiaggia caraibica affiancato da una modella
dopo l’altra, è chiaro che se ti viene data questa possibilità te ne freghi
dell’Academy. Poi, adesso che inizia a vedere il 50 anni che si avvicinano, ha
deciso di prepararsi la pensione, tira fuori quello che sa fare e si dilunga
nella scena con l’uso più perverso di una coscia di pollo. E tutti noi ci
alziamo in una standing ovation; ma in fondo l’abbiamo sempre saputo.
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