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venerdì 3 maggio 2019

Il giudice e l'assassino - Bertrand Tavernier (1976)

(Le juge et l'assassin)

Visto in aereo, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Francia 1800, un giudice si mette sulle tracce di un "serial killer", dopo lunghe ricerche riuscirà ad arrestare un sospettato, che però sarà palesemente pazzo. Riuscirà ad ottenere una condanna, nonostante l'infermità mentale, ricorrendo ad ogni mezzo possibile.

Una commedia grottesca (perché questo è il tono e questo stimola il folle personaggio dell'assassino), più per il piglio che per il risultato, che intende graffiare il potere corrotto di potere e di consenso con una carrellata di personaggi moralmente borghesi (nel senso dispregiativo di una quarantina di anni fa) che compiono il proprio dovere oltre i limiti consentiti.

Duole però che tanto sforzo verso un obiettivo, tutto sommato, così contenuto non riesca a essere seguito da un buon risultato.
La regia è, in questo caso, piuttosto secondaria e l'intero film è caricato sulle spalle dei suoi protagonisti (che in questo caso sono inattaccabili; sopra le righe e farsesco Galabru, contenuto e in parte Noiret) che vengono condotti in una sceneggiatura lunga e dispersiva che li mette a confronto con altri personaggi piuttosto ininfluenti (senza significato e pretenziosa la parte della Huppert) e li conduce a un finale posticcio.
Complessivamente un'idea semplice ed efficace, mal condotta e complessivamente svilita.

lunedì 4 dicembre 2017

Happy end - Michael Haneke (2017)

(Id.)

Visto al cinema.

A causa di un "incidente" con dei farmaci la madre di una ragazzina viene ricoverata. La ragazzina andrà a vivere col padre risposato. Lui però vive in un ampio caseggiato con l'anziano padre degli istinti suicidi, la sorella che deve affrontare una crisi aziendale, il nipote con problemi di accettazione e frequenti squilibri. Il padre stesso intrattiene una relazione telematica estremamente sguaiata.

Come spesso succede, Haneke, si occupa delle disfunzioni della borghesia, degli istinti segreti e del demone che sono le persone che bruciano per autocombustione. Qui, per la prima volta il suo punto di vista si amplia su una serie corale di co-protagonisti.
Haneke ci ha, da sempre, giocato in maniera pesantissima con i suoi protagonisti e con lo spettatore, accanendosi su entrambi, riuscendo genuinamente a creare film fastidiosi per chi li guarda e distruttivi per i suoi personaggi. Ecco, in questo caso, semplicemente, fallisce su entrambi i fronti.
A causa del cast troppo ampio la foga distruttiva viene troppo diluita e l'apparenza pulita che nasconde vite così torbide ne risulta edulcorata; non succedono apocalissi private come nei film precedenti, solo idiosincrasie, problemi, ansie. In un film in cui l'impatto sui personaggi è così superficiale anche lo spettatore si ritrova molto meno segnato; non c'è mai vero fastidio, mai vera ansia, non c'è mai il classico pugno nello stomaco hanekiano.
Per essere precisi, qui il problema non è la scrittura, anzi, la trama si muove con la consueta calma autoriale senza mai annoiare o scadere nel troppo lento. La sceneggiatura utilizza diversi sistemi di comunicazione (c'è molto digitale in questo film) e avverti di cambi improvvisi senza perdere tempo in spiegazioni; allo spettatore il compito di decifrare ciò che è successo o che potrebbe essere successo. Il problema, si diceva, non è la trama, ma il soggetto in sé.

In questo film, ben girato e magnificamente curato, non c'è la consueta malignità del regista austriaco, non c'è mai vero dolore e, addirittura, c'è un pelo di benignità eccessiva. Un film ben condotto, ma innocuo: l'antitesi di ogni altro film di Haneke.

mercoledì 29 marzo 2017

Elle - Paul Verhoeven (2016)

(Id.)

Visto al cinema.

Una porzione di vita di una donna a partire dallo stupro che subisce a casa propria. Da quell'evento non sembra essere minimamente toccata, continua a incontrare l'amante, vedere il suo ex amico di cui è ancora innamorata, litigare con il figlio per via dell'arrogante nuora, lavorare con il pugno di ferro nella ditta che crea videogiochi violenti.
A quasi ottant'anni, Paul Verhoeven, crea un film atipico per struttura (quasi assenta una trama vera e propria), per genere (inizia come un thriller raffinato e ben giocato e continua come una commedia nera frigida) e per tema. Anzi il tema no, è un pò il solito tema di Verhoeven, la violenza, ma qui è declinato in maniera particolare e molto intelligente.
La lunga cavalcata nella vita di questa irritante e fortissima donna è un bignami della violenza nella vita; a partire dagli eventi più eclatanti (lo stupro e un massacro) si arriva ai rapporti famigliari (genitori e figli, coniugi, amanti), a quelli sociali (colleghi, sottoposti e vicini di casa), fino agli sconosciuti per la strada, tutto è giocato sulla violenza e sulla prevaricazione arrogante. Niente viene salvato, tutti i mezzi sono mostrati, l'atto fisico, le parole o i semplici sguardi, i rapporti sessuali e affettivi, i ricordi e i progetti futuri, tutto è intriso di rabbia e violenza.
Di fatto è un manifesto di un modo di percepire la vita che mostra che non l'atto violento non è una scazzottata in "Total recall", ma si annida in ogni ambito della vita senza possibilità di scampo.
Interessante e ben condotto, con una regia che rende tollerabili le oltre due ore di film e una fotografia e un gusto per gli interni e i vestiti alto borghesi assolutamente fantastici. Brava la sempre ottima Huppert che qui, e mi rendo conto di essere uno dei pochi, mi appare né più né meno ai suoi livelli standard, semplicemente si nota di più la sua arte dato che viene inquadrata in ogni singola scena essendo lei il centro di ogni vicenda.
Un film intelligente e ben realizzato che soffre solo per una ipertrofia e una tendenza alla non linearità che lo possono rendere, facilmente, indigesto (cosa che la visione nella sala cinematografica, per me, mitiga molto).

lunedì 30 maggio 2016

Il colpo di spugna - Bertrand Tavernier (1981)

(Coup de torchon)

Visto in Dvx.

Africa francese, anni '30, il capo di polizia del villaggio; un bambacione su cui pochi fanno vero affidamento e di cui tutti si prendono gioco o sfruttano apertamente.
Data la serie di personaggi impuniti e protetti dall'altro il poliziotto escogita un piano per eliminarli senza essere accusato di nulla.

Film perfetto, nella trama scontata che nel finale però devia all'improvviso gettando una luce nuova su tutto il senso del film che diviene una sorta di racconto sul male perpetrato dai buoni. Un colpo di scena finale che è tutto nella psicologia del protagonista che si rivela male interpretata fino a quel punto. L'effetto complessivo è quello di un divertente noir nichilista (con un tono mai veramente comico, ma con il mood spesso vicino alla farsa più ancora che al grottesco).

Tavernier governa bene un film intelligente, senza particolari guizzi (e affossato da una qualità della pellicola dell'epoca nona adeguata), ma con buon ritmo.
Infine, il vero valore aggiunto del film (nonché uno dei motivi di riuscita) è la presenza di Noiret nella parte principale. Col suo fisico importante e la sua espressione persa è la tela ideale su cui disegnare il bambacione manipolatore perfetto.

giovedì 3 novembre 2011

Il tempo dei lupi - Michael Haneke (2003)

(Le temps du loup)

Visto in Dvx. In un ambiente contemporaneo, ma post apocalittico (qualche evento disastroso è successo anche se mai dichiarato, tanto che acqua e cibo scarseggiano e la gente fugge dalle città in cerca di una qualche salvezza. In questo ambiente si muove la famiglia di Isabelle Huppert, che dopo la morte del marito si ritrova a tirare a campare con i figli in mezzo ad un’umanità varia e violenta.

Questo film è un po’ la quintessenza delle opere di Haneke, c’è tutto; il gelo e la violenza.

Ogni film di Haneke presenta infatti un algido distacco, un freddo glaciale sia nel modo in cui il regista (e quindi chi guarda il film) si pone nei confronti dei personaggi (in questo la fotografia nelle opere del regista è sempre molto ben definita), sia nel modo in cui i personaggi si muovono gli uni attorno agli altri. Anche in questo film infatti nei rapporti interpersonali c’è una distanza siderale fra i protagonisti, anche tra i famigliari stessi (la morte improvvisa del padre ne è un esempio, i famigliari pur se colpiti dalla cosa non sembrano aver subito il colpo e reagiscono comunque con il silenzio).

In ogni film di Haneke poi viene raccontata la violenza, tanto fisica quanto psicologica, insita nel sistema sociale raccontato. Una violenza mantenuta il più possibile invisibile quando il sistema funziona, ma nel momento in cui qualche pezzo viene perduto tutto diviene evidente. Proprio in questo film ogni sistema sociale viene perduto (per poi essere ricostruito in diversi tentativi di vita in comune, dall’isolamento egoistico del ragazzo al sistema estremamente gerarchico del gruppo di persone che abitano nella stazione, fino al sistema quasi socialista del gruppo che arriva in un secondo momento) e quello che ne viene fuori è la reazione scomposta di reazione dei vari personaggi (non si esageri nell’intendere la mia frase, non viene mai mostrato un solo momento di vera e propria anarchia, ogni film di Haneke è un’operazione matematica precisa e riproducibile). Su tutti spiccano ancora una volta l’omicidio del padre/marito tanto improvviso quanto immotivato nonché lo stupro silenzioso fatto in mezzo al gruppo dormiente.

Poi beh, Haneke si diverte a non spiegare mai nulla; non si sa assolutamente come origini il tutto ne è chiaro come finisca. D’altra parte il regista non punta a raccontare una storia compiuta, ma a mostrare una situazione, un ambiente.

PS: bravissima la Huppert che in ogni film riesce ad essere completamente diversa dal precedente (rimanendo in ambiente Haneke si veda, ad esempio, La pianista).

giovedì 2 dicembre 2010

8 donne e un mistero - François Ozon (2002)

(8 femmes)

Visto in VHS.

Un uomo che vive con otto donne (la moglie, le 2 figlie, la suocera, la cognata, la governante, la cuoca e la sorella) viene trovato morto. Tutte sono sospettabili del delitto, sfortunatamente una grande nevicata impedisce di lasciare l’isolata abitazione ed il telefono è stato tagliato. Inizierà un gioco d’accuse reciproche che porterà a scoprire gli enormi scheletri che abitano gli armadi di quella famiglia allargata.

Commedia gialla (carina e cretina insieme) di Ozon, regista a cui piace mischiare i generi senza badare alla credibilità della fusione, qui realizza un mezzo film musicale, donando a tutte le protagoniste una canzone, a cui le altre partecipano con un abbozzo di coreografia.

Un esperimento ardito ma perfettamente riuscito grazie ad un cast stellare (da encomiare soprattutto la performance della Ardant e la trasformazione della Huppert che in ogni film sembra una persona diversa dai film precedenti), una scena di catfight lestissimo tra 2 mostri sacri ultacinquantenni del cinema francese (!), ed una cura della messa in scena impressionante, tra un uso al limite del kitch dei colori (sempre accesissimi, e identificativi dei personaggi) ed una fotografia decisamente superiore alla media.

Davvero un film al limite della decenza che riesce ad azzeccare tutti gli obbiettivi che si pone, o quasi.