(Id.)
Visto in tv.
Il primo capitolo della nuova vita della Marvel cinematografica è una delle operazioni meglio riuscite di sempre e uno dei film di supereroi più belli dell'epoca (a parte alcuni Batman).
Il film è una classicissima origin story e deve portare a casa il risultato presentando un personaggio sconosciuto a più, raccontarlo nel dettaglio prima, mostrare come c'è arrivato e poi farlo scontrare con il villain del caso.
Il metodo scelto per farlo è vincente.
Il film si concentra tantissimo sul personaggio, lo manipola rendendolo cool e divertente e lo mette in mano a Robert Downey Jr (il personaggio è proprio ritagliato su di lui). Mai una scelta di casting fu più azzeccata. Oggi nessuno avrebbe dubbi ad affidare a Downey Jr le chiavi di casa, ma all'epoca l'attore (con tutti i suoi problemi) arrivava da una serie di film imbarazzanti, alcuni ottimi film che abbiamo visto in due, e altri film dove semplicemente non lo si poteva riconoscere (e comunque li abbiamo visti in due). Questo personaggio invece gli permette di gigioneggiare al meglio e dare sfoggio di una gamma di possibilità attoriali (esagerate) che gli verranno buone e lo rilanceranno.
Il film si poggia integralmente sul suo attore/personaggio e gira intorno distruggendo quello che era l'archetipo supereroistico sopravvissuto fino a quegli anni (quello anni 80-90 di Batman) con un personaggio principale triste e esolitario e prieno di problemi e un supoerpotere visto con fatica o con responasibilità; qui si vira il tutto verso l'edonismo.
Il tutto condito da una fotografia ottimale, molto illuminata e tendente ai colori caldi.
L'altra grande scommessa è quella di creare un film con un antagonista quasi inesistente; certo il villain arriva, ma molto tardi, dall'interno e quasi per sbaglio, dando vita a una delle (estremamente efficace) sequenze action di un fil m d'azione povero d'azione.
Un film non scontato che diventerà seminale che azzecca tutto, dall'estetica al tono al ritmo fondando una nuova linea di supereroi.
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venerdì 15 novembre 2019
venerdì 28 marzo 2014
Il grande Lebowski - Joel Coen, Ethan Coen (1998)
(The big Lebowski)
Visto in dvd.
La complicata storia di un hippy invecchiato degli anni '90 che cerca di recuperare il tappeto rovinato per uno scambio di persona, tra una partita e l'altra di un torneo di bowling. Andare più nel dettaglio di così è un suicidio.
I Coen realizzano quasi sempre film noir, talvolta in maniera dichiarata, talvolta invece più cammuffati come in questo caso; quando poi il film non è noir ha comunque il caso (o se vogliamo il destino) come motore immobile della vicenda esattamente come nei noir classici.
In questo caso la struttura noir è evidentissima, scambi di persona, rapimenti, inganni a catena, donne fatali, ricchi sulfurei e l'impossibilità di amare con una facilità imbarazzante nel morire (quest'ultima definizione sembra essere presa in giro in maniera evidente durante il film).
Su questo viene costruito uno dei personaggi più semplici, ma geniali, della storia del cinema (certamente il vero personaggio degli anni '90); una gallerie di comprimari che avrebbero meritato, ognuno, un film a sè (dove su tutti troneggia un John Goodman mai più così ben utilizzato) interpretato da quella che è la più densa gallerie di facce da caratteristi indi del cinema.
Un film dove la trama è assente (per il suo essere noir) e quello che conta è porprio la gallerie di fatti e persone che vengono mostrate; e in tutto questo riesce a far ridere in molti momenti e vira nel drammatico (e nell'autoanalisi) per alcuni minuti complessivi, senza ammazzare mai il ritmo.
Vi sono inoltre due famose scene oniriche; la seconda delle quali è una gustosa riproposizione di tutti gli elementi fondamentali del film in chiave musical della warner.
Visto in dvd.
La complicata storia di un hippy invecchiato degli anni '90 che cerca di recuperare il tappeto rovinato per uno scambio di persona, tra una partita e l'altra di un torneo di bowling. Andare più nel dettaglio di così è un suicidio.
I Coen realizzano quasi sempre film noir, talvolta in maniera dichiarata, talvolta invece più cammuffati come in questo caso; quando poi il film non è noir ha comunque il caso (o se vogliamo il destino) come motore immobile della vicenda esattamente come nei noir classici.
In questo caso la struttura noir è evidentissima, scambi di persona, rapimenti, inganni a catena, donne fatali, ricchi sulfurei e l'impossibilità di amare con una facilità imbarazzante nel morire (quest'ultima definizione sembra essere presa in giro in maniera evidente durante il film).
Su questo viene costruito uno dei personaggi più semplici, ma geniali, della storia del cinema (certamente il vero personaggio degli anni '90); una gallerie di comprimari che avrebbero meritato, ognuno, un film a sè (dove su tutti troneggia un John Goodman mai più così ben utilizzato) interpretato da quella che è la più densa gallerie di facce da caratteristi indi del cinema.
Un film dove la trama è assente (per il suo essere noir) e quello che conta è porprio la gallerie di fatti e persone che vengono mostrate; e in tutto questo riesce a far ridere in molti momenti e vira nel drammatico (e nell'autoanalisi) per alcuni minuti complessivi, senza ammazzare mai il ritmo.
Vi sono inoltre due famose scene oniriche; la seconda delle quali è una gustosa riproposizione di tutti gli elementi fondamentali del film in chiave musical della warner.
lunedì 4 aprile 2011
L'ultimo spettacolo - Peter Bogdanovich (1971)
(The last picture show)
Visto in DVD.
La storia di un gruppo di ragazzotti di un paesino del Texas pesantemente del sud, dalla spensierata giovinezza all’età della responsabilità, ma il tutto nel giro di un solo anno.
Agli americani piace la perdita dell’innocenza e dell’ingenuità; in questo caso il tutto va di pari passo con la scoperta della sessualità. Si insomma, una sorta di “American graffiti”, ma condito col sesso.
La regia è quella dinamica e cinefila di Bogdanovich, che qui però si limita il più possibile ed evita gli sproloqui dei carrelli (e mi piacevano pure) che c’erano nel suo primo film, il che rende questa seconda opera più asciutta, meno pasticciata e più in linea con la storia di periferia. Bellissima la fotografia in bianco e nero con alcune luci da brivido. Infine un elogia a praticamente tutto il cast, su tutti però spicca il giovanissimo Jeff Bridges, non bravo, ma fondamentale a creare la psicologia di un personaggio con la sola camminata.
Ora il lato negativo; la sceneggiatura. Per quanto potesse risultare a tratti idiota, “American graffiti” aveva un andamento della trama inappuntabile. Qui invece gli eventi sembrano susseguirsi senza troppa attenzione, senza una regolazione da parte dello sceneggiatore e la storia è descritta in maniera lenta e quietamente noiosa… oddio alla noia vera e propria non si arriva mai, ma il ritmo è troppo dilatato perché rimanga legato alla storia nel suo insieme piuttosto che alla scena che sto guardando. Il che riduce il film ad un ottimo esercizio di stile, ma senza particolare interesse.
Visto in DVD.
La storia di un gruppo di ragazzotti di un paesino del Texas pesantemente del sud, dalla spensierata giovinezza all’età della responsabilità, ma il tutto nel giro di un solo anno.Agli americani piace la perdita dell’innocenza e dell’ingenuità; in questo caso il tutto va di pari passo con la scoperta della sessualità. Si insomma, una sorta di “American graffiti”, ma condito col sesso.
La regia è quella dinamica e cinefila di Bogdanovich, che qui però si limita il più possibile ed evita gli sproloqui dei carrelli (e mi piacevano pure) che c’erano nel suo primo film, il che rende questa seconda opera più asciutta, meno pasticciata e più in linea con la storia di periferia. Bellissima la fotografia in bianco e nero con alcune luci da brivido. Infine un elogia a praticamente tutto il cast, su tutti però spicca il giovanissimo Jeff Bridges, non bravo, ma fondamentale a creare la psicologia di un personaggio con la sola camminata.
Ora il lato negativo; la sceneggiatura. Per quanto potesse risultare a tratti idiota, “American graffiti” aveva un andamento della trama inappuntabile. Qui invece gli eventi sembrano susseguirsi senza troppa attenzione, senza una regolazione da parte dello sceneggiatore e la storia è descritta in maniera lenta e quietamente noiosa… oddio alla noia vera e propria non si arriva mai, ma il ritmo è troppo dilatato perché rimanga legato alla storia nel suo insieme piuttosto che alla scena che sto guardando. Il che riduce il film ad un ottimo esercizio di stile, ma senza particolare interesse.
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mercoledì 12 gennaio 2011
TRON: legacy - Joseph Kosinski (2010)
(Id)
Visto al cinema.
Per prima cosa voglio dire che il “Tron” originale non l’ho mai visto. L’ho cercato, già da parecchio, perché mi affascina l’archeologia CGI, ma non sono riuscito a trovarlo; speravo in Ghezzi, ma si vede che la Rai non ha i diritti… questo per dire che non so bene da dove parta questo sequel, quanto sia fedele o meno, quanto sia figo lo sviluppo della storia a partire dall’originale (anche se mi pare che sia abbastanza affascinante); dirò di più, ho come il sospetto che Jeff Bridges non fosse neanche il protagonista nell’82, un giorno andrò a togliermi il dubbio su wikipedia, ma per ora sono troppo pigro per farlo.
Partiamo subito dalle due innovazioni più importanti, il 3D e la faccia del Jeff Bridges da giovane.
Il 3D non è qualitativamente spettacolare e, salvo l’inizio, neppure usato un granché. Dirò di più, le pubblicità prima dell’inizio del film avevano un 3D decisamente più profondo ed affascinante. Però bisogna che qualcuno lo dica, questo è un film fondamentale in quanto è il primo che crea un significato al 3D, il primo che gli da uno scopo (il 3D, salvo nell’incipit dove è usato perché fa figo, serve ad identificare il mondo virtuale, perché sembri più reale, la realtà invece è in un 2D con appena un filino di terza dimensione); la cosa non gli riesce proprio da dio, ma è il primo film che codifica un linguaggio per la terza dimensione e non la utilizza soltanto perché è la novità del decennio, ma è parte integrante del racconto. Con le dovute proporzioni, qui lo dico e qui lo nego, questo Tron legacy sta al 3D come “M - Il mostro di Düsseldorf” sta al sonoro… ripeto, con le dovute proporzioni (capolavoro il film di Lang, carino questo).
La faccia di Bridges è l’altra particolarità, i quanto è una faccia completamente ricostruita in digitale di un personaggio reale ma basata sulla sua faccia di 30 anni fa, messa poi in un ambiente senza CGI. Sembra una battuta, ma al buio e se non deve fare troppe espressioni funziona da dio. Quando viene illuminata molto e deve recitare in maniera fine si svacca. Nel complesso funziona, da un senso di stranezza, si percepisce che c’è qualcosa che non va, ma funziona.
Altra questione da toccare è il design, estetico e sonoro.
Il design estetico è la parte più curata (si vede che hanno speso catamarani pieni di soldi per farlo) e funziona alla perfezione; è bello, affascina e sottolinea i differenti personaggi, fermo restando le caratteristiche del film originale. Anzi proprio grazie alla cura nel recupero della messa in scena dell’82, in tutto il film si respira una sorta di aria vintage rimodernizzata; tutto è assolutamente attuale e moderno, ma l’estetica trasuda ‘80s da far paura. Davvero bravi.
Il sound design è l’altro vero punto di forza. La musica è fantastica (giusto quella dei momenti di pace o vittoria mi è parsa un poco moscia), adatta in ogni momento, moderna e tecnologica quanto serve e assolutamente versatile; d’altra parte i Daft Punk non sono i primi venuti (si possono apprezzare o meno, ma il loro lavoro lo sanno fare). Bisogna anche dire che anche tutto il comparto sonoro (il sound design vero è proprio) è opera loro, e generalmente è funzionale e ben realizzato, non stravince in fatto di originalità, ma coopera alla perfezione alla creazione dell’ambiente. Ecco, va sottolineato come tutti questi fattori appena elencati riescano nell’impresa, tutt’altro che ovvia, di creare un mondo, una ambiente ex novo completo e credibile; una cosa che era riuscita di recente solo ad “Avatar”.
Non ho parlato della storia perché è il vero tallone d’Achille del film. Non che non sia fascinosa, ma è un blockbuster, e quindi è prevedibile e sdolcinata. I buoni sono buonissimi, tutto il film verte su un rapporto padre figlio senza ombre (nonostante il distacco ventennale) e ci sono tutti i sacrifici che ci si può aspettare fin dall’inizio, vince chi deve vincere, perde chi deve perdere, e muore chi deve morire. Non si poteva pretendere troppo dalla Disney comunque.
Non un grande film, ma per il comparto tecnico ed estetico un film importante. Come “Avatar” anche questo sarà il metro di paragone per l’uso del 3D (più che del CGI) e per la costruzione di mondi virtuali.
PS: adoro Sheen, che in questo film è il sosia di David Bowie!
Visto al cinema.
Per prima cosa voglio dire che il “Tron” originale non l’ho mai visto. L’ho cercato, già da parecchio, perché mi affascina l’archeologia CGI, ma non sono riuscito a trovarlo; speravo in Ghezzi, ma si vede che la Rai non ha i diritti… questo per dire che non so bene da dove parta questo sequel, quanto sia fedele o meno, quanto sia figo lo sviluppo della storia a partire dall’originale (anche se mi pare che sia abbastanza affascinante); dirò di più, ho come il sospetto che Jeff Bridges non fosse neanche il protagonista nell’82, un giorno andrò a togliermi il dubbio su wikipedia, ma per ora sono troppo pigro per farlo.
Partiamo subito dalle due innovazioni più importanti, il 3D e la faccia del Jeff Bridges da giovane.
Il 3D non è qualitativamente spettacolare e, salvo l’inizio, neppure usato un granché. Dirò di più, le pubblicità prima dell’inizio del film avevano un 3D decisamente più profondo ed affascinante. Però bisogna che qualcuno lo dica, questo è un film fondamentale in quanto è il primo che crea un significato al 3D, il primo che gli da uno scopo (il 3D, salvo nell’incipit dove è usato perché fa figo, serve ad identificare il mondo virtuale, perché sembri più reale, la realtà invece è in un 2D con appena un filino di terza dimensione); la cosa non gli riesce proprio da dio, ma è il primo film che codifica un linguaggio per la terza dimensione e non la utilizza soltanto perché è la novità del decennio, ma è parte integrante del racconto. Con le dovute proporzioni, qui lo dico e qui lo nego, questo Tron legacy sta al 3D come “M - Il mostro di Düsseldorf” sta al sonoro… ripeto, con le dovute proporzioni (capolavoro il film di Lang, carino questo).
La faccia di Bridges è l’altra particolarità, i quanto è una faccia completamente ricostruita in digitale di un personaggio reale ma basata sulla sua faccia di 30 anni fa, messa poi in un ambiente senza CGI. Sembra una battuta, ma al buio e se non deve fare troppe espressioni funziona da dio. Quando viene illuminata molto e deve recitare in maniera fine si svacca. Nel complesso funziona, da un senso di stranezza, si percepisce che c’è qualcosa che non va, ma funziona.
Altra questione da toccare è il design, estetico e sonoro.
Il design estetico è la parte più curata (si vede che hanno speso catamarani pieni di soldi per farlo) e funziona alla perfezione; è bello, affascina e sottolinea i differenti personaggi, fermo restando le caratteristiche del film originale. Anzi proprio grazie alla cura nel recupero della messa in scena dell’82, in tutto il film si respira una sorta di aria vintage rimodernizzata; tutto è assolutamente attuale e moderno, ma l’estetica trasuda ‘80s da far paura. Davvero bravi.
Il sound design è l’altro vero punto di forza. La musica è fantastica (giusto quella dei momenti di pace o vittoria mi è parsa un poco moscia), adatta in ogni momento, moderna e tecnologica quanto serve e assolutamente versatile; d’altra parte i Daft Punk non sono i primi venuti (si possono apprezzare o meno, ma il loro lavoro lo sanno fare). Bisogna anche dire che anche tutto il comparto sonoro (il sound design vero è proprio) è opera loro, e generalmente è funzionale e ben realizzato, non stravince in fatto di originalità, ma coopera alla perfezione alla creazione dell’ambiente. Ecco, va sottolineato come tutti questi fattori appena elencati riescano nell’impresa, tutt’altro che ovvia, di creare un mondo, una ambiente ex novo completo e credibile; una cosa che era riuscita di recente solo ad “Avatar”.
Non ho parlato della storia perché è il vero tallone d’Achille del film. Non che non sia fascinosa, ma è un blockbuster, e quindi è prevedibile e sdolcinata. I buoni sono buonissimi, tutto il film verte su un rapporto padre figlio senza ombre (nonostante il distacco ventennale) e ci sono tutti i sacrifici che ci si può aspettare fin dall’inizio, vince chi deve vincere, perde chi deve perdere, e muore chi deve morire. Non si poteva pretendere troppo dalla Disney comunque.
Non un grande film, ma per il comparto tecnico ed estetico un film importante. Come “Avatar” anche questo sarà il metro di paragone per l’uso del 3D (più che del CGI) e per la costruzione di mondi virtuali.
PS: adoro Sheen, che in questo film è il sosia di David Bowie!
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martedì 14 settembre 2010
Tucker, un uomo e il suo sogno - Francis Ford Coppola (1988)
(Tucker, the man and his dream)
Visto in VHS.
Film coppoliano anni '80, figlio della forte sperimentazione di quegli anni.
La storia è su un self made man con un sogno che porta avanti nonostante i problemi causatigli dalle major del settore; non riuscirà nel suo intento, ma l'apparente sconfitta sarà, in definitiva una vittoria, e la conferma del suo genio... difficile non leggere tonnellate di autoreferenzialità e autoindulgenza.
Il film sembra figlio diretto di "Un sogno lungo un giorno", da cui prende tutto il virtuosismo che può, affogandolo però nell'ambientazione impeccabile e vintage di Storaro, creando quindi un prodotto più digeribile al grande pubblico, più mainstream, anche per l'assoluta americanità della trama...
Il film è sorretto da un cast assolutamente impeccabile, con un Bridges mai così sfavillante.
Complessivamente il film può convincere tutti, ma chi si aspetta un'opera radicale da Coppola può rimanere deluso; in ogni caso rimane un minore.
Visto in VHS.
Film coppoliano anni '80, figlio della forte sperimentazione di quegli anni.
La storia è su un self made man con un sogno che porta avanti nonostante i problemi causatigli dalle major del settore; non riuscirà nel suo intento, ma l'apparente sconfitta sarà, in definitiva una vittoria, e la conferma del suo genio... difficile non leggere tonnellate di autoreferenzialità e autoindulgenza.
Il film sembra figlio diretto di "Un sogno lungo un giorno", da cui prende tutto il virtuosismo che può, affogandolo però nell'ambientazione impeccabile e vintage di Storaro, creando quindi un prodotto più digeribile al grande pubblico, più mainstream, anche per l'assoluta americanità della trama...
Il film è sorretto da un cast assolutamente impeccabile, con un Bridges mai così sfavillante.
Complessivamente il film può convincere tutti, ma chi si aspetta un'opera radicale da Coppola può rimanere deluso; in ogni caso rimane un minore.
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domenica 22 novembre 2009
L'uomo che fissa le capre - Grant Heslov (2009)
(The man who stare at goats)
Visto al cinema.
E' sorprendente la capacità degli statunitensi di fare autoironia, ben fatta, anche su temi seri e recenti; ed è incredibile come riescano sempre a correlarla con parti della loro storia passata altrettanto ambigue.
Certamente non è un film serio questo, ma fa ridere il giusto e mostra lati seri il giusto. Fino alla fine lascia in bilico tra il dimostrare una tesi (la realtà dei fenomeni psichici descritti) e abbatterla (peccato per il finale che, invece, prende una posizione). Heslov si muove con disinvoltura tra paesaggi splendidi, immagini della contemporaneità (l'Iraq) ed immagini reiterate da sempre dal cinema americano (gli hippies ad esempio) incastrandole con maestria; sfrutta il tema metafisico per usare la macchina da presa in modi inusuali, per far entrare od uscire i personaggi da un'inquadratura in modi impossibili, in poche parole Heslov si adatta al racconto favorendolo con le immagini.
Clooney e Bridges gigioneggiano come al solito ma in maniera estremamente adatta, McGregor fa l'impacciato bene come al solito e Spacey sarebbe credibile anche leggendo l'elenco del telefono, figuriamoci recitando in una commedia.
Un encomio ai truccatori che sono riusciti ad invecchiare tutti gli attori in maniera credibilissima (o forse li hanno ringiovaniti in maniera credibilissima nei flashbacks, comunque un encomio va fatto).
Visto al cinema.
E' sorprendente la capacità degli statunitensi di fare autoironia, ben fatta, anche su temi seri e recenti; ed è incredibile come riescano sempre a correlarla con parti della loro storia passata altrettanto ambigue.
Certamente non è un film serio questo, ma fa ridere il giusto e mostra lati seri il giusto. Fino alla fine lascia in bilico tra il dimostrare una tesi (la realtà dei fenomeni psichici descritti) e abbatterla (peccato per il finale che, invece, prende una posizione). Heslov si muove con disinvoltura tra paesaggi splendidi, immagini della contemporaneità (l'Iraq) ed immagini reiterate da sempre dal cinema americano (gli hippies ad esempio) incastrandole con maestria; sfrutta il tema metafisico per usare la macchina da presa in modi inusuali, per far entrare od uscire i personaggi da un'inquadratura in modi impossibili, in poche parole Heslov si adatta al racconto favorendolo con le immagini.
Clooney e Bridges gigioneggiano come al solito ma in maniera estremamente adatta, McGregor fa l'impacciato bene come al solito e Spacey sarebbe credibile anche leggendo l'elenco del telefono, figuriamoci recitando in una commedia.
Un encomio ai truccatori che sono riusciti ad invecchiare tutti gli attori in maniera credibilissima (o forse li hanno ringiovaniti in maniera credibilissima nei flashbacks, comunque un encomio va fatto).
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