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giovedì 23 aprile 2020

Goksung. La presenza del diavolo - Na Hong Jin, (2016)

(Gok-seong AKA The wailing)

Visto su Amazon prime video.

In una cittadina coreana cominciano ad avvenire strani omicidi e c'è una malattia infettiva che si diffonde. La gente del posto accusa, velatamente o meno, un giapponese (Jun Kunimura!) da poco insediatosi nel paese, ritenendolo nientemeno che il Diavolo stesso.
Un poliziotto colpito direttamente comincerà a indagare, mettendo in mezzo lo sciamanesimo tradizionale e un prete cattolico.

Similmente a quanto fatto in "The chaser", Hong Jin, parte da una storia piuttosto banale e lineare, ma la mette in scena con un andamento ingarbugliato, vicoli ciechi, momenti di chiarezza improvvisa che vengono smentiti in un gioco di conferme e frustrazioni che durerà fino alle scene finali.
Similmente a quanto fatto in "The chaser" costruisce la vicenda con un tono leggero (da commedia) che si incupisce e si diluisce con il proseguire dell'azione fino alla sua completa scomparsa.
Similmente a "The chaser" è un filmone, anche più di "The chaser".

Questa storia su un'epidemia in un ambiente chiuso, il sospetto di soprannaturale (che verrà confermato o smentito solo verso la fine), l'indagine goffa di un uomo abituato a galleggiare che dovrà dare fondo a tutte le sue risorse, la spietatezza degli eventi e delle scelte da fare e il ritmo della narrazione sempre costante (con la tendenza coreana a non fissarsi sui tre tempi occidentali della sceneggiatura, ma con un movimento fluviale in cui non si sa mai quando avverrà il vero showdown finale) trasformano questo film in un esperienza immersiva enorme.
Non ha il ritmo o l'adrenalina di "The chaser", né l'attenzione al giallo a cui avrebbe potuto aggrapparsi; neppure si può definire un horror anche se la ricerca del maligno è parte centrale della vicenda. Il film cerca invece di mettere il suo protagonista in una situazione che deraglia sempre di più e immersa in un ambiente da cui non si può che venire soffocati; incastrandone all'interno anche lo spettatore.

Inoltre il film viene costellato di dettagli innumerevoli, prove o indizi, elementi metaforici, scene mai spiegate, che servono da indicazione o depistaggio in un gioco con chi guarda che dimostra un rispetto e una conoscenza delle dinamiche cinematografiche davvero notevole.

mercoledì 2 maggio 2018

Shin Godzilla - Hideaki Anno (2016)

(Shin Gojira)

Visto in DVD.

Reboot (ennesimo) del film del 1954, con Hideaki Anno alla regia che decide di gestire il plot come un affare personale e lo contamina con "Neon Genesis Evangelion" (anche se lui continua a dire di voler fare lavori differenti da quell'anime). Prende il solito plot di un mostrone gigante che attacca Tokyo e lo colora con colori pastello delicatissimi, gli dona uno sguardo esterno distaccato, popola il film di personaggi ricalcati dalle sue classiche figure femminili, dà al mostrono un'aura ancora più mitica (la metafisica è tirata in ballo spesso) e un comportamento ancora più simile a un evento naturale imprevedibile e lo fa gestire con forza e con grinta a un manipolo di eroi; ma soprattutto incastona il nostro all'interno della città, Tokyo non si limita più ad essere un modellino da distruggere, ma è la cornice entro cui si muove un dramma, è il limite dell'inquadratura. Su tutto una nuance miyazakiana (fra il maestro e Anno ci sono stati recenti contatti) che elimina la parte dell'antagonista, trasformando Godzilla in una vittima dell'uomo (inquinamento radioattivo), quindi in un evento pseudonaturale causato dalle stesse persone che provano a fermarlo (riportandolo vicino agli albori, mantenendone l'orrore, ma togliendone la colpa e la cattiveria).

Ma finora mi sono limitato a raccontare il meno. Perché il vero motivo per cui questo film su Godzilla rappresenta un unicum è il punto di vista; l'intera vicenda è vissuta dalle stanze del potere. La maggior parte del film mostra riunioni di ministri e tecnici che cercano di capire cosa sta succedendo, di prevedere ciò che accadrà e d'agire di conseguenza; la battaglia dell'esercito contro Godzilla (archetipo fin dal primo film) viene mostrata, ma prima, durante e dopo vengono mostrati gli step per arrivare fino a lì, i retroscena della sua conduzione e le conseguenze.
Ovviamente Anno può permetterselo perché mette in campo una tale serie di soluzioni di regia per rendere dinamici tutti questi incontri che risulta difficile portarne esempi (uno per tutti, il dialogo a più voci dove la persona che sta parlando viene inquadrata in secondo piano, mentre in primissimo c'è un dettaglio dell'interlocutore che ha parlato subito prima di lui) rendendo tutta la prima parte una tale festa per gli occhi da lasciare in secondo piano un mostrone particolarmente buffo (l'aspetto iniziale di Godzilla ha il suo motivo). Inoltre gestisce l'apparato del potere giapponese con il passo della commedia, sfottendone le dinamiche e l'aderenza alle procedure rendono la prima parte ancora più fluida e smorzando il patriottismo (altrimenti eccessivamente altisonante) della seconda parte.

Assolutamente affascinanti le ultime due versioni di Godzilla (questa e quella americana), ognuna a modo suo cerca una via nuova per parlare di una delle creature più abusate (e più metaforicamente pesanti) della storia del cinema.

mercoledì 11 aprile 2018

Why don't you paly in hell? - Sion Sono (2013)

(Jigoku de naze warui)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Un gruppo di regazzini sogna di realizzare un film, ma per anni i loro progetti sono frustrati dalla loro idiozia e dalla mancanza di mezzi; le loro strade si incrociano però con quelle di uno yakuza che deve girare in poco tempo un film con protagonista la figlia per compiacere la moglie che uscirà di li a poco dal carcere; unendo l'utile al dilettevole si decide di realizzare questo film durante un vero scontro tra bande. Finirà in una pioggia di sangue.

Era dai tempi di "Love exposure" che Sion Sono non era così scanzonato e qui sembra esserlo anche di più dato che il film è una lunga cavalcata grottesca fra il metacinematografico e il caos sanguinario e ironico di un Takashi Miike.
La qualità tecnica del film è ineccepibile, forse anche più che in passato, con una regia sempre pronta allo scarto giusto, al cambio di passo necessario, a piegarsi in favore del gioco di fotografia che ritiene più opportuno con alcuni picchi visivi notevolissimi seppure piuttosto radi (la scivolata della bambina nel sangue).

Quello che latita nel film è un pò di compattezza; molti gli input, diverse le storie da intrecciare, diversi i piani temporali e un minutaggio esteso per farci stare tutto rendono il film incredibilmente laborioso. Se di solito i film di Sono muoiono male nel finale (per mancanza di un sceneggiatore come si deve) qui invece succede il contrario; arrivare alla fine è complicato per l'eccessiva dispersione, ma una volta giunti alla fine, tutto torna e il lungo massacro con macchine da presa assieme alle armi è il motivo per cui vedere questo film.

venerdì 7 aprile 2017

Ichi the killer - Takashi Miike (2001)

(Koroshiya 1)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Un killer, Ichi (ma va?), efficacissimo quanto efferato sta creando il panico fra le compagini di un gruppo di yakuza; il rapimento del boss metterà al comando del gruppo un uomo ancora più violento del killer, il suo obiettivo sarà quello di trovare il boss e Ichi.

Film cult di Miike che presenta un personaggio perfetto per estetica, presenza scenica, psicologia e percentuale di weirditudine... e curiosamente non è Ichi, ma Kakihara.
Al netto della coolness malata che viene diretta dal manga originale questo film è una eccezionale discussione sul rapporto con il dolore. Tutti i personaggi principali si rapportano in maniera quotidiana con il dolore che di volta in volta rappresenta la punizione, l'espiazione, una forma di giustizia, ma anche il piacere (anche sessuale) e un veicolo d'amore (sia nei panni del carnefice sia della vittima).
La violenza quindi diventa quasi necessaria, ma è talmente eccessiva da risultare solo al pari di una coreografia ben realizzata perdendo molto dell'effetto shockante che potrebbe avere altrimenti. Questo è un film brutale quanto lo può essere un fumetto o un cartone animato. E credo gli vada riconosciuto di unire allo splatter del dramma (e vabbé, mi pare facile), ma anche del grottesco e un'ironia nera magnifica.

Regia molto buona, con macchina da presa spesso instabile od obliqua, ma dalla gestione asciutta, che indugia in qualche ottima costruzione delle inquadrature, ma si impegna soprattutto a dare slancio e ritmo.
Effetti speciali molto buoni che indugiano poco su un brutto CG (che comunque ci stava con l'anno d'uscita; mica avevano tutti i soldi di "Matrix")

Un film ben riuscito e ottimamente realizzato in cui, curiosamente, il personaggio di Ichi è il più banale del gruppo e il cui sentimentalismo è l'unico tallone d'Achille del film.