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Nel carcere di Rebibbia vogliono mettere in scena il "Giulio Cesare" di Shakespeare. Data la rpesenza di alcuni lavori di rinnovamento nel teatro interno, la compagnia (con attori scelti tra i detenuti) dovrà fare delle prove itineranti nei vari spazi del carcere. Col progredire delle prove verrà messa in scena l'intera vicenda che mostrerà la sua attualità e continui collegamenti con la vita degli attori/detenuti.
Nel portare al cinema il teatro (specie il dietro le quinte) non c'è niente di più banale che mostrare quanto un testo di 500 anni abbia connessioni con attori contemporanei. I fratelli Taviani non si discostano di un millimetro, ma lo fanno magnificamente.
Partono dal finale dell'opera portata in scena ufficialmente. Lo spettacolo finisce, gli attori tornano nelle proprie celle; il film vira in bianco e nero e ricomincia dal casting con un climax emotivo pazzesco nella sequenza della scelta degli attori che fa il paio con il climax dell'intero film.
Il progredire del film si muove con le prove interrotti dagli attori che parlano di sè (recitando peggio che nella finzione teatrale) prendendo le distanze dall'opera aumentandone la metacinematograficità; a mio avviso questo gioco di specchi è forse la pecca del film (troppo pretenzioso, troppo finto), ma viene centellinato e, quasi sempre, gestito talmente bene che diventa utile a interrompere un flusso che avrebbe reso il film solo una rappresentazione shakespeariana.
Il vero pregio però sono le scelte estetiche, in primo luogo degli spazi. Le location utilizzate vanno in un crescendo di dimensioni, senso e coinvolgimento del resto del carcere con un utilizzo effettivo del luogo dove ci si trova (bellissimo i monologhi sul corpo di Cesare dove Bruto e Antonio sono nel cortile mentre la folla di romani li guarda da dietro le sbarre delle finestre del carcere).
Ovviamente c'è un lavoro importante nella scelta degli attori, non impeccabili, ma tutti (o quasi) adatti alla parte; oltre a una regia puramente cinematografica che cura le inquadrature per mettere in relazione fra di loro i personaggi con le profondità di campo (si pensi alla scena di Cassio e Bruto che guardano Cesare rifiutare la corona d'alloro) e i personaggi con il luogo con la costruzione della scena.
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venerdì 9 agosto 2019
mercoledì 3 aprile 2019
Un uomo da bruciare - Valentino Orsini, Paolo Taviani, Vittorio Taviani (1962)
(Id.)
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La vita di un sindacalista nella sicilia dei latifondisti, le sue battaglie per l'indipendenza dei braccianti, ma, ancora di più, le lotte contro il sindacato stesso.
Se non sbaglio il primo film di fiction dei fratelli Taviani con Orsini (prima fiction per lui pure), i tre avevano già collaborato per un documentario e, in effetti, partono da un terreno affine, il biopic.
Evitano con facilità l'eccesso di documentarismo e si inseriscono in una storia già iniziata, con il ritorno del protagonista già famoso e con il ritrovarsi con un gruppo già organizzato. Le relazioni fra i personaggi non sono da costruire, ma lo spettatore deve scoprirle in base alle reazioni che tutti hanno nel vedere tornare a casa il personaggio di Volontè.
La regia è già raffinata, con un uso intelligentissimo degli spazi: esterni nelle camapagne con piani lunghi, interni sfruttati pienamente con movimenti di macchina brevi e scene in notturna trattate come interni grazie alle tenebre fotografate in maniera netta, come fossere un muro.
Il problema del film non è nell'immaturità della tecnica, quanto nella totale mancanza di ritmo. Un tema interessante e uno stile già elaborato soccombono a una noia che trascina avanti la vicenda anziché far appassionare a un personaggio moderno e misconosciuto.
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La vita di un sindacalista nella sicilia dei latifondisti, le sue battaglie per l'indipendenza dei braccianti, ma, ancora di più, le lotte contro il sindacato stesso.
Se non sbaglio il primo film di fiction dei fratelli Taviani con Orsini (prima fiction per lui pure), i tre avevano già collaborato per un documentario e, in effetti, partono da un terreno affine, il biopic.
Evitano con facilità l'eccesso di documentarismo e si inseriscono in una storia già iniziata, con il ritorno del protagonista già famoso e con il ritrovarsi con un gruppo già organizzato. Le relazioni fra i personaggi non sono da costruire, ma lo spettatore deve scoprirle in base alle reazioni che tutti hanno nel vedere tornare a casa il personaggio di Volontè.
La regia è già raffinata, con un uso intelligentissimo degli spazi: esterni nelle camapagne con piani lunghi, interni sfruttati pienamente con movimenti di macchina brevi e scene in notturna trattate come interni grazie alle tenebre fotografate in maniera netta, come fossere un muro.
Il problema del film non è nell'immaturità della tecnica, quanto nella totale mancanza di ritmo. Un tema interessante e uno stile già elaborato soccombono a una noia che trascina avanti la vicenda anziché far appassionare a un personaggio moderno e misconosciuto.
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Paolo Taviani,
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venerdì 11 agosto 2017
San Michele aveva un gallo - Paolo Taviani, Vittorio Taviani (1972)
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Seconda metà dell'800, un gruppo di anarchici ormai agli sgoccioli tentano l'ultima spedizione rivoluzionaria in un paesino. L'operazione finirà male, non in senso tragico, ma più sul versante del ridicolo. Il capo verrà condannato a dieci anni di detenzione (in realtà sarà una condanna a morte, commutata in ergastolo con un trasferimento a un altro carcere dopo 10 anni), uscendone troverà un mondo molto diverso da quello immaginato nella clausura della cella; nessuno si ricorda di lui, i suoi ideali sono stati raccolti da dei giovani che però li hanno modificati per adattarli alla nuova realtà e considerano il vecchio leader l'ultima vestigia di un passato anacronistico.
Un lento film dai risvolti politici evidenti, ma che non sono sicuro fossero l'intendimento principale dei suoi autori.
Diviso perfettamente in tre parti di circa 30 minuti l'una, mostra il tentativo fallito di rivoluzione, quindi la detenzione, infine il rapporti con il nuovo. Mostra quindi una parabola umana sul fallimento dell'ideologia (non di una nello specifico, ogni ideologia ha il difetto di essere autoreferenziale e, quindi, superata da altri), anzi, un fallimento umano, di un uomo patetico (la rivoluzione stroncata dalla mancata collaborazione dei paesani, la finta messa a morte, il ritorno tra gli scherzi dei compagni), divenuto tale dal tempo e dal progredire degli eventi.
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Seconda metà dell'800, un gruppo di anarchici ormai agli sgoccioli tentano l'ultima spedizione rivoluzionaria in un paesino. L'operazione finirà male, non in senso tragico, ma più sul versante del ridicolo. Il capo verrà condannato a dieci anni di detenzione (in realtà sarà una condanna a morte, commutata in ergastolo con un trasferimento a un altro carcere dopo 10 anni), uscendone troverà un mondo molto diverso da quello immaginato nella clausura della cella; nessuno si ricorda di lui, i suoi ideali sono stati raccolti da dei giovani che però li hanno modificati per adattarli alla nuova realtà e considerano il vecchio leader l'ultima vestigia di un passato anacronistico.
Un lento film dai risvolti politici evidenti, ma che non sono sicuro fossero l'intendimento principale dei suoi autori.
Diviso perfettamente in tre parti di circa 30 minuti l'una, mostra il tentativo fallito di rivoluzione, quindi la detenzione, infine il rapporti con il nuovo. Mostra quindi una parabola umana sul fallimento dell'ideologia (non di una nello specifico, ogni ideologia ha il difetto di essere autoreferenziale e, quindi, superata da altri), anzi, un fallimento umano, di un uomo patetico (la rivoluzione stroncata dalla mancata collaborazione dei paesani, la finta messa a morte, il ritorno tra gli scherzi dei compagni), divenuto tale dal tempo e dal progredire degli eventi.
La parte migliore (tecnicamente più interessante) è quella dentro al carcere. Con la totale unità di luogo e un solo personaggio viene
tirato fuori il meglio a livello concettuale e registico. I lunghi
monologhi, i dialoghi con se stesso, il percorso sulle strade del paese con i rumori naturali, ma con le inquadrature dei muri della
cella; tutta la lunga sequenza dell'internamento è un virtuosismo che riesce a sostenere il momento più immobile del film rendendolo il più pregnante e il più dinamico.
Non un film imperdibile, ma un film ben
costruito.
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Storico,
Vittorio Taviani
mercoledì 23 settembre 2015
La notte di San Lorenzo - Paolo Taviani, Vittorio Taviani (1982)
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Un paesino toscano sta per essere bombardato; i fascisti invitano la popolazione a riunirsi in chiesa; ma parte degli abitanti vuole andare incontro agli americano che sanno essere in arrivo. Comincia quindi una lunga marcia in mezzo alle campagne con il rischio costante di essere trovati.
Un film sentimentale dal piglio passatista e dal tema apparentemente canonico, ma in realtà guarda la guerra non dal punto della resistenza (il modo in cui in Italia si fanno film sulla WWII), ma dal punto di vista della popolazione normale che, semplicemente, cerca di sopravvivere; con un coro di personaggi che si muovono ognuno con i propri crucci e le proprie ambizioni, tutti rappresentanti senza prendere il sopravvento sugli altri. Il sentimentalismo è spinto, ma riesce a non essere mai fastidioso; anzi è quasi sempre efficace, basandosi su un pietà enorme per i protagonisti e su una poesia fatta di niente (il ragazzo che vede arrivare degli americani che non ci sono, i pensieri e le preghiere contraddittorie mentre si aspetta che saltino in aria le case).
Dal punto di vista tecnico i Taviani fanno quello che possono con una fotografia azzoppata dalla qualità della pellicola dell'epoca. Il lavoro che fanno è però magnifico; singole inquadrature che riescono ad avere un effetto emotivo enorme ben oltre al dettaglio inquadrato (il dettaglio degli orecchi mentre si attendono le esplosioni), carrelli (soprattutto in avvicinamento) e un ottimo uso del montaggio che rende (anche da solo) più dinamiche le scene (si pensi al discorso fatto dall'anziano protagonista nel rifugio); talvolta utilizzano inquadrature fisse, ma caricate di significato trasformando scene semplici in un quadro lirico (come le due mani protese verso la candela accesa). Poi ci sono veri e propri tocchi di genio come la lunga scena nel campo di grano, una serie di sequenze molto belle che rappresentano però un campionario di agnizioni di guerra senza mai essere enfatico o stucchevole (con la scena finale dei troiani che uccidono il fascista che riesce a dare un'aura di fantastico alla vicenda alleggerendo il tono).
Un film particolare e bellissimo che utilizza la guerra come ambientazione per muovere dei personaggi; non è un film di guerra, ma un film sugli esseri umani.
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Un paesino toscano sta per essere bombardato; i fascisti invitano la popolazione a riunirsi in chiesa; ma parte degli abitanti vuole andare incontro agli americano che sanno essere in arrivo. Comincia quindi una lunga marcia in mezzo alle campagne con il rischio costante di essere trovati.
Un film sentimentale dal piglio passatista e dal tema apparentemente canonico, ma in realtà guarda la guerra non dal punto della resistenza (il modo in cui in Italia si fanno film sulla WWII), ma dal punto di vista della popolazione normale che, semplicemente, cerca di sopravvivere; con un coro di personaggi che si muovono ognuno con i propri crucci e le proprie ambizioni, tutti rappresentanti senza prendere il sopravvento sugli altri. Il sentimentalismo è spinto, ma riesce a non essere mai fastidioso; anzi è quasi sempre efficace, basandosi su un pietà enorme per i protagonisti e su una poesia fatta di niente (il ragazzo che vede arrivare degli americani che non ci sono, i pensieri e le preghiere contraddittorie mentre si aspetta che saltino in aria le case).
Dal punto di vista tecnico i Taviani fanno quello che possono con una fotografia azzoppata dalla qualità della pellicola dell'epoca. Il lavoro che fanno è però magnifico; singole inquadrature che riescono ad avere un effetto emotivo enorme ben oltre al dettaglio inquadrato (il dettaglio degli orecchi mentre si attendono le esplosioni), carrelli (soprattutto in avvicinamento) e un ottimo uso del montaggio che rende (anche da solo) più dinamiche le scene (si pensi al discorso fatto dall'anziano protagonista nel rifugio); talvolta utilizzano inquadrature fisse, ma caricate di significato trasformando scene semplici in un quadro lirico (come le due mani protese verso la candela accesa). Poi ci sono veri e propri tocchi di genio come la lunga scena nel campo di grano, una serie di sequenze molto belle che rappresentano però un campionario di agnizioni di guerra senza mai essere enfatico o stucchevole (con la scena finale dei troiani che uccidono il fascista che riesce a dare un'aura di fantastico alla vicenda alleggerendo il tono).
Un film particolare e bellissimo che utilizza la guerra come ambientazione per muovere dei personaggi; non è un film di guerra, ma un film sugli esseri umani.
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