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lunedì 19 agosto 2019

L'uomo dell'anno - Barry Levinson (2006)

(Man of the year)

Visto ad un cineforum.

Un comico televisivo, più per sfida e sberleffo che per reale volontà popolare si candida come presidente degli USA. Per un problema nel calcolo dei voti vince pure. Sarà ovviamente un presidente sui generis, finché una dipendente pentita della ditta che doveva contare i voti non si rivolge a lui per avvertirlo del bug. Nascerà una storia d'amore che sfocerà nel thriller.

Una commedia tranquilla e senza guizzi o spigolature che mostra una sorta di parabola alla Beppe Grillo non è un'idea accattivante, ma può essere condotta bene e portare a casa il risultato.
Una commedia romantica inserita in un contesto quanto di più lontano da quello sentimentale? certo non sarà la prima e tenderà a irritarmi parecchio, ma anche qui, se condotta con un minimo di intelligenza può essere l'innocuo film della domenica pomeriggio.
Un thriller politico sulle elezioni americane invece lo pretendo di un certo livello, i predecessori sono molti e spesso illustri, quindi chiederei una qualità di minima più alta.
Dire che Levinson sbagli a gestire uno di questi generi sarebbe ridicolo; decide di buttarli tutti insieme in un film che già dall'inizio fatica a trovare un suo ritmo. Il risultato è disastroso; una pochade che non sa dove arrivare e neppure come arrivarci, ma che per farlo preferisce annoiare senza pietà sprecando un cast con attori potenzialmente in parte (Williams come protagonista) e una serie di facce nelle retrovie da fare invidia (Walken! Goldblum).

lunedì 16 gennaio 2017

Good morning, Vietnam - Barry Levinson (1987)

(Id.)

Visto in VHS.

In Vietnam arriva un nuovo dj per la radio dei militari americani. Il nuovo arrivato è un comico nato, irriverente e irrispettoso delle gerarchie da anche notizie che dovrebbero essere tenute top secret (niente di abissale, semplicemente che c'è una guerra vera la fuori); a questo si aggiunge un suo coinvolgimento indiretto in un attentato. Sarà ovviamente avversato dai superiori, ma amato dai commilitoni.

Sicuramente va premiata l'idea di base di parlare di argomenti drammatici in un contesto scanzonato, però l'effetto finale mi è sembrato piuttosto scialbo. Una regia funzionale, ma inesistente; la comicità del primo Robin Williams (sicuramente ammazzata dal doppiaggio) non mi ha mai entusiasmata protesa fra l'irritante e il non comprensibile (devo ammettere che non mi ha mai divertito neanche per sbaglio); una fotografia quasi inesistente.
Di fatto un film originale sul Vietnam (e meno male), che mostra la guerra in maniera talmente obliqua da non sembrare un film di genere, ma che riesce comunque a cadere in tutti i cliché che avrebbe potuto evitare con facilità. La cornice regge, ma è irritante se non irrilevante.
Un film invecchiato utile solo a mostrare l'istrionismo del protagonista.

venerdì 30 gennaio 2015

You don't know Jack, Il Dottor Morte - Barry Levinson (2010)

(You don't know Jack)

Visto in Dvx.

La vita di Jack Kevorkian, il medico americano che effettuò oltre 100 eutanasie (anche se tecnicamente permetteva alle persone di suicidarsi con metodi non dolorosi) su pazienti terminali e che lottò attivamente (in tribunale come nei media) per rendere completamente legale l'eutanasia e il suicidio assistito.

Se è vero che da anni la televisione (negli Stati Uniti e in Inghilterra soprattutto) ha alzato la qualità media delle serie (il recente "True detective" già dice tutto) e dei film tv prodotti, è anche vero che è la HBO a dettare il passo e a produrre (o solo a trasmettere) alcuni dei prodotti più interessanti. Nel campo dei film tv, i migliori (o i più intriganti) degli ultimi anni (penso ad RKO 281, Angels in America, Game change, Dietro ai candelabri, ecc...) vengono tutti da li; non tutti sono capolavori, ma tutti sono interessanti e tutti hanno un grande cast e budget invidiabili.

Detto ciò, questo è una di quelle produzioni. Un film tv girato da Dio (per gli standard televisivi) in colori delicati, macchina da presa che si sofferma a cogliere le luci soffuse sullo sfondo, che insiste nei volti dei personaggi; niente di epocale, ma una confezione ottima e delicata come vorrebbe essere la trama.
La storia è sorretta da un cast bellissimo, con una paio di nomi grossi infilati in parti secondarie (la Sarandon poco utilizzata, ma con un personaggio ben caratterizzato, Goodman colpevolmente troppo sullo sfondo, anche solo per un personaggio bello, ma piatto), una serie di comprimari all'altezza dell'obiettivo, ma soprattutto un Pacino in grandissima forma, invecchiato, anaffettivo, freddo, tagliente e deciso, praticamente irriconoscibile, praticamente una delle sue migliori interpretazioni da diversi anni.

Unica pecca è la storia. Ovvio che la trama parteggi per il protagonista, ovvio lo spingere sull'emotività, ovvio anche il dover far stare spunti diversi in un tempo limitato (la difficoltà di rendere una vita sullo schermo è proprio in questo), però il lavoro è fatto male. Si concentra sulla lotta a favore dell'eutanasia e scegli, per farlo, un tempo piuttosto lungo, dalla sua prima morte assistita al suo ultimo scontro in tribunale; nel mezzo però ci infila troppi spunti, diverse facce che vorrebbero rendere bene il personaggio, ma che alla fine portano via tempo al resto (la mostra dei suoi quadri, attitudine quella della pittura appena accennata in una scena precedente; il rapporto con la sorella risolto con uno spalleggiarsi mai spiegato e in una litigata; il rapporto con Goodman, sostanzialmente utile solo a mettere un altro nome importante di fianco a quello di Pacino; il personaggio della Sarandon, buono solo per far morire una persona vicina al protagonista); il risultato è quindi quello di dover accelerare sulle sequenze finali.
Con qualche decisione in più nella scrittura del plot si avrebbe avuto un film tv perfetto; al momento ci accontentiamo di un film tv molto bello.

lunedì 3 febbraio 2014

Rain man, L'uomo della pioggia - Barry Levinson (1988)

(Rain man)

Visto in tv.

Un uomo, alla morte del padre, scopre di avere un fratello autistico a cui è stata versata l'intera eredità. Lo porterà via con se per convincere le autorità di meritare la gestione dei beni del fratello; lungo la strada imparerà a conoscerlo.

Zuccheroso film che ebbe il pregio di mostrare al grande pubblico una malattia prima sostanzialmente sconosciuta. Lo fa con una storia di amore odio classica, dove due persone molto diverse imparano a conoscersi e ad apprezzarsi. Lo fa inoltre scegliendo una sindrome di Asperger, dando quindi al grande pubblico una visione comunque positiva di una malattia che molto spesso non ha risvolti incredibilmente remunerativi...
Levinson ci prova a dare qualche idea d'autorialità, ma si riduce tutto a qualche scossone alla macchina da presa; la sceneggiatura butta nel finale un'apparenza di originalità, ma di fatto tutto il percorso fino a quel punto è il classico e consolatorio svolgimento hollywoodiano. Infine Hoffman fa la sua porca figura portando altra pubblicità all'Actors studio.
Al di la di questo non ho trovato molti altri pregi.