(Light sleeper)
Visto su Mubi, in lingua originale sottotitolato.
Un piccolo spacciatore di New York incontra per caso la sua ex moglie (da cui si è separato dopo che lei si è disintossicata) proprio mentre sta assistendo la madre morente. Ovviamente lui la ama ancora e farà di tutto per incontrala di nuovo, mentre la sua boss sta per cambiare vita a mettere in piedi un business legale. Quando gli verrà sbattuta in faccia la porta dalla ex moglie la incontrerà un ultima volta per caso; da quell'incontro scaturirà un delitto catartico.
La prima sceneggiatura di Schrader dopo l'impegnativa "L'ultima tentazione di Cristo" (di ben 5 anni prima) è l'ennesima scrittura del canone di colpa ed espiazione.
A conti fatti molti dei lavori scritti da Schrader (e quasi tutti i suoi migliori) hanno per protagonisti dei lavoratori notturni in contatto con il fondo del barile della società, persone moralmente combattute per il sudiciume che si vedono attorno e che cercano qualunque cosa a cui appigliarsi per trovare un senso, di solito lo trovano in una donna che ritrovano in una situazione critica. L'abbozzo di plot qui descritto è pertinente per "Taxi driver", "Al di là della vita", in parte "American Gigolò" ecc...
E ovviamente, quando Schrader fa una variazione sul suo tema classico il film è magnifico.
Qui le specificità sono date dall'amore salvifico che c'è già stato ed è stato perduto e dal rischio di perdere tutto con il cambio di lavoro della titolare, così come il finale salvifico con una catarsi violenta (e con l'ennesima citazione di "Pickpocket").
Il film è tutto qui ed è, ovviamente grandioso (almeno nella scrittura), lento e coinvolgente, mai noioso e con personaggi credibili e sofferenti, facilmente empatizzabili.
Meno efficace invece la messa in scena, una fotografia spenta che però risulta poco adatta e una regia corretta, ma mai inventiva.
Musiche a là Springsteen, affascinante, poco frequenti, ma quando ci sono estremamente pervasive.
Cast ovviamente ottimo con una Sarandon perfetta che con la sola presenza si mangia la scena in ogni inquadratura in cui compare.
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giovedì 30 luglio 2020
lunedì 13 febbraio 2017
Miriam si sveglia a mezzanotte - Tony Scott (1983)
(The hunger)
Visto in Dvx.
Una vampira trasforma i suoi amanti in esseri simili a lei, ma purtroppo, in maniera sistematica, questi presto o tardi non trovano sangue per mantenersi, quindi invecchiano precocemente e si disfano.
Direi che la trama è un pochino tutta qui, anche se si aggiunge che alla vampira si interessa una dottoressa che permette di virare il film nel sottogenere lesbo-vampiro.
Diciamolo subito; questo non è un horror, ma un raffinatissimo drammucolo in salsa vampiresca come sarà più tardi anche "Intervista col vampiro".
Questo è il classico film fatto tutto di forma e dal contenuto nullo. Non dice nulla, non aggiunge nulla, a mala pena racimola una trama; vive solo di un manierismo ossessivo che all'inizio impressiona, ma alla lunga stanca e annoia a morte.
La regia ha uno stile ripreso sicuramente dai videoclip dell'epoca, ma abbastanza contenuto, si fa sfacciato solo nei montaggi paralleli (talvolta alternati) in cui le due scene affiancate rappresentano l'una il completamento dell'altra o la rappresentazione simbolica.
A livello estetico, come si diceva, siamo davanti al meglio possibile. Interni art deco, costumi impeccabili, luci spesso virate, ma mai fastidiose, una fotografia anni '80, ma senza eccessive kitcherie, effetti speciali magnifici (che però non salvano il ridicolo finale).
Visto in Dvx.
Una vampira trasforma i suoi amanti in esseri simili a lei, ma purtroppo, in maniera sistematica, questi presto o tardi non trovano sangue per mantenersi, quindi invecchiano precocemente e si disfano.
Direi che la trama è un pochino tutta qui, anche se si aggiunge che alla vampira si interessa una dottoressa che permette di virare il film nel sottogenere lesbo-vampiro.
Diciamolo subito; questo non è un horror, ma un raffinatissimo drammucolo in salsa vampiresca come sarà più tardi anche "Intervista col vampiro".
Questo è il classico film fatto tutto di forma e dal contenuto nullo. Non dice nulla, non aggiunge nulla, a mala pena racimola una trama; vive solo di un manierismo ossessivo che all'inizio impressiona, ma alla lunga stanca e annoia a morte.
La regia ha uno stile ripreso sicuramente dai videoclip dell'epoca, ma abbastanza contenuto, si fa sfacciato solo nei montaggi paralleli (talvolta alternati) in cui le due scene affiancate rappresentano l'una il completamento dell'altra o la rappresentazione simbolica.
A livello estetico, come si diceva, siamo davanti al meglio possibile. Interni art deco, costumi impeccabili, luci spesso virate, ma mai fastidiose, una fotografia anni '80, ma senza eccessive kitcherie, effetti speciali magnifici (che però non salvano il ridicolo finale).
E poi ovviamente il cast. David Bowie non recita (non ha mai recitato, probabilmente non è mai stato in grado), semplicemente lui era un vampiro, e si aggira per le scene con una classe insperata rendendo interessante la prima parte che si caratterizza per la sofferenza del suo personaggio. A fare da contraltare c'è una Deneuve che, da oggi, sospetto essere anche lei un vampiro; perfetta, distaccata, ma non altera, magnificamente incastrata in un ambiente estetico che sembra somigliarle.
Ecco di questo film piuttosto dimenticabile, quello che va applaudito senza se e senza ma, non è lo sforzo estetico, ma il casting perfetto nel trovare attori che si adattassero all'ambiente e al mood.
Ecco di questo film piuttosto dimenticabile, quello che va applaudito senza se e senza ma, non è lo sforzo estetico, ma il casting perfetto nel trovare attori che si adattassero all'ambiente e al mood.
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venerdì 30 gennaio 2015
You don't know Jack, Il Dottor Morte - Barry Levinson (2010)
(You don't know Jack)
Visto in Dvx.
La vita di Jack Kevorkian, il medico americano che effettuò oltre 100 eutanasie (anche se tecnicamente permetteva alle persone di suicidarsi con metodi non dolorosi) su pazienti terminali e che lottò attivamente (in tribunale come nei media) per rendere completamente legale l'eutanasia e il suicidio assistito.
Se è vero che da anni la televisione (negli Stati Uniti e in Inghilterra soprattutto) ha alzato la qualità media delle serie (il recente "True detective" già dice tutto) e dei film tv prodotti, è anche vero che è la HBO a dettare il passo e a produrre (o solo a trasmettere) alcuni dei prodotti più interessanti. Nel campo dei film tv, i migliori (o i più intriganti) degli ultimi anni (penso ad RKO 281, Angels in America, Game change, Dietro ai candelabri, ecc...) vengono tutti da li; non tutti sono capolavori, ma tutti sono interessanti e tutti hanno un grande cast e budget invidiabili.
Detto ciò, questo è una di quelle produzioni. Un film tv girato da Dio (per gli standard televisivi) in colori delicati, macchina da presa che si sofferma a cogliere le luci soffuse sullo sfondo, che insiste nei volti dei personaggi; niente di epocale, ma una confezione ottima e delicata come vorrebbe essere la trama.
La storia è sorretta da un cast bellissimo, con una paio di nomi grossi infilati in parti secondarie (la Sarandon poco utilizzata, ma con un personaggio ben caratterizzato, Goodman colpevolmente troppo sullo sfondo, anche solo per un personaggio bello, ma piatto), una serie di comprimari all'altezza dell'obiettivo, ma soprattutto un Pacino in grandissima forma, invecchiato, anaffettivo, freddo, tagliente e deciso, praticamente irriconoscibile, praticamente una delle sue migliori interpretazioni da diversi anni.
Unica pecca è la storia. Ovvio che la trama parteggi per il protagonista, ovvio lo spingere sull'emotività, ovvio anche il dover far stare spunti diversi in un tempo limitato (la difficoltà di rendere una vita sullo schermo è proprio in questo), però il lavoro è fatto male. Si concentra sulla lotta a favore dell'eutanasia e scegli, per farlo, un tempo piuttosto lungo, dalla sua prima morte assistita al suo ultimo scontro in tribunale; nel mezzo però ci infila troppi spunti, diverse facce che vorrebbero rendere bene il personaggio, ma che alla fine portano via tempo al resto (la mostra dei suoi quadri, attitudine quella della pittura appena accennata in una scena precedente; il rapporto con la sorella risolto con uno spalleggiarsi mai spiegato e in una litigata; il rapporto con Goodman, sostanzialmente utile solo a mettere un altro nome importante di fianco a quello di Pacino; il personaggio della Sarandon, buono solo per far morire una persona vicina al protagonista); il risultato è quindi quello di dover accelerare sulle sequenze finali.
Con qualche decisione in più nella scrittura del plot si avrebbe avuto un film tv perfetto; al momento ci accontentiamo di un film tv molto bello.
Visto in Dvx.
La vita di Jack Kevorkian, il medico americano che effettuò oltre 100 eutanasie (anche se tecnicamente permetteva alle persone di suicidarsi con metodi non dolorosi) su pazienti terminali e che lottò attivamente (in tribunale come nei media) per rendere completamente legale l'eutanasia e il suicidio assistito.
Se è vero che da anni la televisione (negli Stati Uniti e in Inghilterra soprattutto) ha alzato la qualità media delle serie (il recente "True detective" già dice tutto) e dei film tv prodotti, è anche vero che è la HBO a dettare il passo e a produrre (o solo a trasmettere) alcuni dei prodotti più interessanti. Nel campo dei film tv, i migliori (o i più intriganti) degli ultimi anni (penso ad RKO 281, Angels in America, Game change, Dietro ai candelabri, ecc...) vengono tutti da li; non tutti sono capolavori, ma tutti sono interessanti e tutti hanno un grande cast e budget invidiabili.
Detto ciò, questo è una di quelle produzioni. Un film tv girato da Dio (per gli standard televisivi) in colori delicati, macchina da presa che si sofferma a cogliere le luci soffuse sullo sfondo, che insiste nei volti dei personaggi; niente di epocale, ma una confezione ottima e delicata come vorrebbe essere la trama.
La storia è sorretta da un cast bellissimo, con una paio di nomi grossi infilati in parti secondarie (la Sarandon poco utilizzata, ma con un personaggio ben caratterizzato, Goodman colpevolmente troppo sullo sfondo, anche solo per un personaggio bello, ma piatto), una serie di comprimari all'altezza dell'obiettivo, ma soprattutto un Pacino in grandissima forma, invecchiato, anaffettivo, freddo, tagliente e deciso, praticamente irriconoscibile, praticamente una delle sue migliori interpretazioni da diversi anni.
Unica pecca è la storia. Ovvio che la trama parteggi per il protagonista, ovvio lo spingere sull'emotività, ovvio anche il dover far stare spunti diversi in un tempo limitato (la difficoltà di rendere una vita sullo schermo è proprio in questo), però il lavoro è fatto male. Si concentra sulla lotta a favore dell'eutanasia e scegli, per farlo, un tempo piuttosto lungo, dalla sua prima morte assistita al suo ultimo scontro in tribunale; nel mezzo però ci infila troppi spunti, diverse facce che vorrebbero rendere bene il personaggio, ma che alla fine portano via tempo al resto (la mostra dei suoi quadri, attitudine quella della pittura appena accennata in una scena precedente; il rapporto con la sorella risolto con uno spalleggiarsi mai spiegato e in una litigata; il rapporto con Goodman, sostanzialmente utile solo a mettere un altro nome importante di fianco a quello di Pacino; il personaggio della Sarandon, buono solo per far morire una persona vicina al protagonista); il risultato è quindi quello di dover accelerare sulle sequenze finali.
Con qualche decisione in più nella scrittura del plot si avrebbe avuto un film tv perfetto; al momento ci accontentiamo di un film tv molto bello.
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sabato 30 novembre 2013
Shall we dance? - Peter Chelsom (2004)
(Id.)
Visto in tv.
Visto in tv.
La trama non la scrivo neanche, è
piuttosto prevedibile.
L’ho guardato perché mentre lavoravo al
computer volevo avere un rumore di fondo che mi facesse compagnia… eppure tutto
sommato ho dovuto seguirlo, almeno nel finale.
Diciamolo subito che non è una pietra
miliare, ma un film riempitivo, che si può raggruppare con i film per la tv
(davvero mi risulta difficile capire perché avrei dovuto pagare per guardarlo)
ed in quest’ottica si fa apprezzare, anzi direi che batte i suoi colleghi senza
troppo sforzo.
Una storia facile di riscatto e amore
che si muove con ritmo, trova sfoghi comici (in realtà a volte eccessivi; mi fa
male vedere il grande Tucci costretto in un ruolo così idiota) per sostenere
l’inesorabile susseguirsi di tentativi goffi, piccoli successi, incomprensioni,
inganni, grandi successi, riconciliazioni. Si sa che andrà così, ma una volta
entrati nel mood e nel ritmo si attende con piacere il naturale sviluppo.
Richard Gere m’è pure sembrato in
parte, uomo di mezz’età, un tempo sex symbol, che cerca di riciclarsi per
riuscire a dare un senso alla sua vita e una scossa al matrimonio, una
compagnia di ballerini le cui caratteristiche (nonché l’esito finale) è scritto
in faccia e una serie di sequenze di ballo non enormi, ma accettabili. In tutto
questo però, mi sconvolge dirlo, la Lopez non centra proprio niente; immagino
sia stata messa per accontentare il folto gruppo di accompagnatori maschili al
cinema, però ha un ruolo limitato, ininfluente nei confronti della trama e
senza un reale peso (anche se nella sceneggiatura il peso glielo applicano a
forza). Una regia decente e qualche dialogo molto bello (inutile, gli americani
nei dialoghi sono ancora i migliori) chiudono la faccenda.
In poche parole, non è niente di che,
ma per riempire un’ora e mezza questo è un ottimo tappabuchi che, se si è
pronti al genere, non può lasciare insoddisfatti.
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mercoledì 16 gennaio 2013
Cloud atlas - Tom Tykwer, Andy e Lana Wachowski (2012)
(Id.)
Visto al cinema.
Visto al cinema.
Non ci proverò neanche a spiegare
la trama di questo film, basti sapere quello che tutti sanno, ci sono 6 storie
ambientate tra il 1800 e il 2300 in cui si muovono le esistenze di diversi
personaggi, tutti collegati fra loro non solo a livello spaziale, ma anche
temporale, in maniera diretta (chi in un capitolo è il martire di una
rivoluzione nel successivo è il dio di una religione, il componimento musicale
di uno verrà ascoltato nel capitolo successivo ecc..), in maniera spirituale
(la voglia a forma di stella cometa), in maniera emotiva (in ogni storia c’è
sempre un nocciolo centrale formato dall'amore di una coppia, che è sempre la
stessa anche se cambiano le fattezze) ed in maniera genetica (ogni attore
interpreta diversi personaggi che inevitabilmente si somigliano).
Ecco detto ciò direi che si può
dire senza eufemismo che ci si trova davanti ad un’opera colossale con
ambizioni enormi. Se a questo si aggiunge che è un progetto europeo e
totalmente indipendente capitanato dallo splendido Tykwer a cui si associano i
Wachowski; beh, siamo dalle parti del mito. Il risultato però bisogna ammetterlo
è sotto le aspettative. I difetti sono evidenti fin da subito, diversi problemi
nella sceneggiatura (il capitolo della nuova Seul, incredibilmente simile a
Matrix è anche eccezionalmente debole e dovrebbe essere la spia dorsale del
film), un film lungo ed estremamente ostico alla comprensione rendono un’opera
grandiosa qualcosa di vicino ad un successo mancato. Si, successo mancato
perché di fatto non è il film epocale che poteva essere.
Tuttavia io l’ho trovato
grandioso lo stesso. Al netto dei difetti prima citati (a cui si può aggiungere
un trucco che non è sempre all'altezza del proprio compito o alcuni eccessi nel
cast complessivamente buono) quello che si ottiene è un filmone.
Tre ore di film che però tiene
botta dall'inizio alla fine, passano i minuti senza che ci si renda conto e le
sei storie hanno il tempo di dipanarsi con grazia. Sei storie che sono quasi
tutte complete, indipendenti e che potrebbero divenire opere a sé, che si
distinguono per tono, significato e genere cinematografico (idea ancora più
arrogante del resto), ambientante in luoghi incredibili dalla potenza visiva
invidiabile. Sei storie connesse fra loro da fili sottilissimi (quelli citati nella
spiegazione della trama) che non devono essere tali perché il significato
ultimo non è che siamo tutti connessi nel tempo da ampie evidenze scientifiche,
ma siamo connessi in maniera sottile e non matematica, qualcosa che è più
percepibile che dimostrabile (questo punto è spesso visto come una pecca, a mio
avviso ciò non è, ma è fuori discussione che si tratti dell’ennesimo colpo
d’arroganza).
L’ultimo colpo di genio e di
audacia è collegare visivamente le storie fra di loro non solo con il cast
identico, ma con la regia. Il montaggio diviene parte integrante del racconto
come non mai e affianca le diverse vicende con l’assonanza delle scene più che
con tagli netti al termine di una sequenza completa, in maniera tale che per la
scena dedicata ad un epoca da il tempo di mezza inquadratura per poi fare dieci
minuti per la storia successiva. Il racconto diventa ostico da vedere, ma
estremamente affascinante nello svolgersi e denota una voglia folle di fare un
cinema che non si ripieghi costantemente sul già visto in fatto di messa in
scena e denota altresì un incredibile fiducia nel pubblico.
Che poi i pregi del film non sono tutti qui, c'è anche tutto un magma di citazioni trasversali più o meno evidenti che vanno dalla letteratura (Solženicyn), ai film (Soylent green) ai manga (tutto l'episodio a neo Seul), che sono comunque solo i più evidenti (chissà quanti altri più sottili ce ne devono essere) e che costituiscono non un nozionismo fine a se stesso, ma vogliono significare qualcosa, si paragonano con quanto accade (o accadrà o è accaduto) per dargli significato.
Che poi i pregi del film non sono tutti qui, c'è anche tutto un magma di citazioni trasversali più o meno evidenti che vanno dalla letteratura (Solženicyn), ai film (Soylent green) ai manga (tutto l'episodio a neo Seul), che sono comunque solo i più evidenti (chissà quanti altri più sottili ce ne devono essere) e che costituiscono non un nozionismo fine a se stesso, ma vogliono significare qualcosa, si paragonano con quanto accade (o accadrà o è accaduto) per dargli significato.
Che poi le singole storie
trattino di rivoluzioni compiute dalla consapevolezza acquisita da un solo
personaggio è un classico dei Wachowski, non disdegnato da Tykwer, che fa sempre piacere vedere riproposto.
lunedì 11 ottobre 2010
Fratelli in erba - Tim Blake Nelson (2009)
(Leaves of grass)
Visto al cinema.
C'è di bello che finalmente si vedono i risultati di 20anni di film dei fratelli Coen. Questa non è una commediola degli equivoci come l'astutissimo trailer lasciava immaginare; ma è invece una dramedy filosofeggiante e acculturata che però non pesa affatto, ricca di ironia ovviamente.
La storia è quella di un giovane professore di filosofia che torna a casa nell'Oklahoma per la morte del fratello gemello che non vede da anni... in realtà il fratello non è morto, ma ha qualche problema economico ed è strozzato dagli strozzini, gli serve solo un alibi...
Detta così sembra appunto una classica commedia americana, ma il titolo originale è sia un riferimento alla marijuana che viene commercializzata dal fratello del protagonista, ma anche un'evidente citazione di Whitman.
Proprio come nei film dei Coen, la storia non parla unicamente del ritrovare le proprie radici e riscoprire i propri sentimenti sepolti, ma parla di caos, caso, verità e regole; in un discorso organico in cui la poesia di Whitman e la filosofia greca (il protagonista è appunto insegnante di filosofia antca) la fanno da padroni, ma sono uniti alle considerazioni religiose (soprattutto ebraiche), sociali e razziali dell'Oklahoma e Shakespeare en passant.
Il film fa pensare più di quanto non faccia ridere, ma diverte comunque. Di differente dai Coen risulta meno ironico e manco della loro leggerezza, della loro facilità di lasciarti scivolare il concetto o la citazione senza urlartela in faccia, cosa che Nelson invence non riesce ancora a fare, e si obbliga a citare in maniera molto marcata. Altra differenza però è la mancanza di supponenza; i Coen sanno di essere bravi e ci tengono a fartelo capire creando un distacco, uno sguardo dall'alto al basso nei confronti del pubblico che Nelson non ha; Nelson è al nostro livello, ci guarda negli occhi, ci racconta la sua storia, ci dice quello che vuol dire e quando gli mancano la parole cita, come facciamo tutti.
Un buon film, che mostra cosa si può fare partendo dai Coen.
PS: non dico neanche che Norton è grande. Non credo ce ne sia bisogno.
Visto al cinema.
C'è di bello che finalmente si vedono i risultati di 20anni di film dei fratelli Coen. Questa non è una commediola degli equivoci come l'astutissimo trailer lasciava immaginare; ma è invece una dramedy filosofeggiante e acculturata che però non pesa affatto, ricca di ironia ovviamente.
La storia è quella di un giovane professore di filosofia che torna a casa nell'Oklahoma per la morte del fratello gemello che non vede da anni... in realtà il fratello non è morto, ma ha qualche problema economico ed è strozzato dagli strozzini, gli serve solo un alibi...
Detta così sembra appunto una classica commedia americana, ma il titolo originale è sia un riferimento alla marijuana che viene commercializzata dal fratello del protagonista, ma anche un'evidente citazione di Whitman.
Proprio come nei film dei Coen, la storia non parla unicamente del ritrovare le proprie radici e riscoprire i propri sentimenti sepolti, ma parla di caos, caso, verità e regole; in un discorso organico in cui la poesia di Whitman e la filosofia greca (il protagonista è appunto insegnante di filosofia antca) la fanno da padroni, ma sono uniti alle considerazioni religiose (soprattutto ebraiche), sociali e razziali dell'Oklahoma e Shakespeare en passant.
Il film fa pensare più di quanto non faccia ridere, ma diverte comunque. Di differente dai Coen risulta meno ironico e manco della loro leggerezza, della loro facilità di lasciarti scivolare il concetto o la citazione senza urlartela in faccia, cosa che Nelson invence non riesce ancora a fare, e si obbliga a citare in maniera molto marcata. Altra differenza però è la mancanza di supponenza; i Coen sanno di essere bravi e ci tengono a fartelo capire creando un distacco, uno sguardo dall'alto al basso nei confronti del pubblico che Nelson non ha; Nelson è al nostro livello, ci guarda negli occhi, ci racconta la sua storia, ci dice quello che vuol dire e quando gli mancano la parole cita, come facciamo tutti.
Un buon film, che mostra cosa si può fare partendo dai Coen.
PS: non dico neanche che Norton è grande. Non credo ce ne sia bisogno.
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venerdì 20 agosto 2010
Amabili resti - Peter Jackson (2009)
Il film inizia bene; inizia con la descrizione della vita normale di un'adolescente. Non è per nulla sincero, decisamente policamente corretto, completamente in antitesi con "Creature del cielo"; ma bello. Girato con la grande conoscienza del cinema che ha Jackson, con il suo gusto speciale per la fotografia ben curata e per l'uso mai banale della macchina da presa... poi il film comincia a parlare del maniaco, della morte della ragazza e della reazione della famiglia... ancora Jackson ci da dentro, con punti di vista particolari, talora impossibili ma molto evocativi (i dettagli millimetrici delle mani del maniaco che gira le pagine o della sorella della protagonista che chiude il nascondiglio); un paio di scene vengona realizzate pure con tutti i crismi, eppure... eppure la si butta sul new age andante, tutta la parte dell'aldilà sa di già visto e di usurato, ma quel che è peggio tutta la storia sfugge. Tutti i personaggi si svaccano. Tutti hanno una psicologia, delle caratteristiche ben delineate, tutti, dalla famiglia della protagonista, al ragazzo che scrive poesie, alla tipa che vede i fantasmi; tutti avrebbero qualcosa da dire, eppure nessuno fa nulla. Tutti sembrano comportarsi a caso, niente viene spiegato e il film si trascina nel finale che dovrebbe essere rivelatore (gli amabili resti non sono quelli della vittima ma i legami fra le persone che si sono creati grazie a lei e che rimangono nonostante la sua dipartita) e invece mostra quello che il film avrebbe voluto essere ma non c'è riuscito.
Due i peccati mortali del film; uno aver sprecato il personaggi di Susan Sarandon, soprattutto perchè è lei ad interpretarlo; due aver sprecato Stanley Tucci, ancora una volta perfetto, ancora una volta irriconosibile.
Due i peccati mortali del film; uno aver sprecato il personaggi di Susan Sarandon, soprattutto perchè è lei ad interpretarlo; due aver sprecato Stanley Tucci, ancora una volta perfetto, ancora una volta irriconosibile.
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