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mercoledì 27 gennaio 2021

Aspettando il re - Tom Tykwer (2016)

 (A hologram for the king)

Visto su Netflix.


Uomo in crisi di mezza età viene mandato in Arabia Saudita (una arabia felix senza contraddizioni sociali o scontri di civiltà) per guadagnarsi l'appalto per forniture informatiche in una new town avveniristica.

Dopo il successo di "Cloud Atlas" Tykwer sembra diventare più appetibile e una coproduzione internazionale (compresi gli USA) gli mette in mano un soggetto di Eggers con Hanks come protagonista. Non si può parlare di grande occasione (il regista tedesco ha già portato in scena "Profumo" con uno sforzo produttivo europeo non da poco e lo stesso "Cloud Atlas" era si un film indipendente, ma delle Wachowski con standard elevatissimi), ma sicuramente l'ennesimo tentativo di rilancio internazionale; non si capisce altrimenti che cosa può aver visto in un progetto del genere un regista dinamico e dai personaggi difficoltosi come Tykwer.

Il film è una gradevole commedia leggera di un uomo in crisi che, messo in un contesto per lui alieno lo porta a ritrovarsi e ritrovare un senso nella vita... gradevole, ma piuttosto piatta, senza guizzi, con i soliti inserti di personaggi buffi (il tassita) situazioni paradossali e l'anima gemella che porta il protagonista sulla via della guarigione spirituale.

Tykwer ci prova a sfruttare gli ampi spazi, a costruire immagini sul tema buzzatiano di spaesamento, ma lo fa con poca convinzione e con colori pastello, si spinge a qualche buona costruzione di montaggi nella prima parte del film, ma presto si spegne tutto per diluirsi ulteriormente in un happy ending tanto perfetto e pulito, quanto posticcio. Film evitabile.

venerdì 9 febbraio 2018

The post - Steven Spielberg (2017)

(Id.)

Visto al cinema.

I film d'inchiesta giornalistica sono un vero e proprio genere negli USA dove il tema della libertà di stampa è molto sentito (almeno in teoria) e le inchieste sono fatte veramente.
Spielberg però sembra cavalcare i cliché solo parzialmente. Partendo da una fuga di informazioni riservate, avvenuta negli anni '70, circa il coinvolgimento USA nell'affaire Vietnam fin dagli anni '50 si mostra la pubblicazione di parte di quei documenti sul New York Time (un giornale potente anche allora), il blocco da parte del presidente tramite un giudice e la volontà del redattore del Washington Post (un giornale di zona all'epoca dei fatti) di continuare la pubblicazione a staffetta nonostante l'ingiunzione. Ecco il film è tutto giocato sul dilemma di rischiare soldi, reputazione e carcere per far uscire quelle notizie; l'indagine giornalistica non c'è.
Si torna quindi nella ricostruzione storica e nel dilemma morale fra ciò che è giusto e il danno personale che tanto piace a quel sentimentalone di Spielberg.
Naturalmente non è tutto qua. Questo canovaccio è la tela su cui viene dipinto il vero argomento del film: la lotta di una donna contro un mondo maschilista. La situazione peculiare dell'editrice del giornale, unica donna in un mondo molto maschile e chiuso (quello dei proprietari di giornali, ma anche della politica, degli affari e delle banche), la sua situazione è esplicitata in 3 dialoghi (in realtà uno è il monologo della moglie del redattore), ma è continuamente sottolineata dalle immagini. Ecco dunque che il vero Spielberg viene fuori; con la gestione delle inquadrature, i dialoghi accavallati, la posizione della Streep rispetto agli altri attori (uomini) si mostra l'ambiente sociale reprimente; con le sale del potere tutte maschili con donne lasciate fuori dalle porte e un'unica gonna ammessa si allarga il contesto, infine con la camminata silenziosa di una donna tra le donne si suggerisce la vittoria del bene (come sempre).

Al di là del significato Spielberg lavora con la macchina da presa in maniera encomiabile rendendo la frenesia di una redazione con quella del dolly, ma soprattutto da vita a sequenze di altissima emotività creandole letteralmente dal nulla: riesce a rendere dinamica la costruzione di un articolo, addirittura fino alla correzione di bozze; riesce a dare la sensazione di vittoria con la vibrazione dei macchinari sulle scrivanie, riesce a emozionare (come già si diceva) con una camminata silenziosa o con il lavorio di una pressa. Non si poteva chiedere di più

mercoledì 16 gennaio 2013

Cloud atlas - Tom Tykwer, Andy e Lana Wachowski (2012)

(Id.)

Visto al cinema.

Non ci proverò neanche a spiegare la trama di questo film, basti sapere quello che tutti sanno, ci sono 6 storie ambientate tra il 1800 e il 2300 in cui si muovono le esistenze di diversi personaggi, tutti collegati fra loro non solo a livello spaziale, ma anche temporale, in maniera diretta (chi in un capitolo è il martire di una rivoluzione nel successivo è il dio di una religione, il componimento musicale di uno verrà ascoltato nel capitolo successivo ecc..), in maniera spirituale (la voglia a forma di stella cometa), in maniera emotiva (in ogni storia c’è sempre un nocciolo centrale formato dall'amore di una coppia, che è sempre la stessa anche se cambiano le fattezze) ed in maniera genetica (ogni attore interpreta diversi personaggi che inevitabilmente si somigliano).

Ecco detto ciò direi che si può dire senza eufemismo che ci si trova davanti ad un’opera colossale con ambizioni enormi. Se a questo si aggiunge che è un progetto europeo e totalmente indipendente capitanato dallo splendido Tykwer a cui si associano i Wachowski; beh, siamo dalle parti del mito. Il risultato però bisogna ammetterlo è sotto le aspettative. I difetti sono evidenti fin da subito, diversi problemi nella sceneggiatura (il capitolo della nuova Seul, incredibilmente simile a Matrix è anche eccezionalmente debole e dovrebbe essere la spia dorsale del film), un film lungo ed estremamente ostico alla comprensione rendono un’opera grandiosa qualcosa di vicino ad un successo mancato. Si, successo mancato perché di fatto non è il film epocale che poteva essere.
Tuttavia io l’ho trovato grandioso lo stesso. Al netto dei difetti prima citati (a cui si può aggiungere un trucco che non è sempre all'altezza del proprio compito o alcuni eccessi nel cast complessivamente buono) quello che si ottiene è un filmone.

Tre ore di film che però tiene botta dall'inizio alla fine, passano i minuti senza che ci si renda conto e le sei storie hanno il tempo di dipanarsi con grazia. Sei storie che sono quasi tutte complete, indipendenti e che potrebbero divenire opere a sé, che si distinguono per tono, significato e genere cinematografico (idea ancora più arrogante del resto), ambientante in luoghi incredibili dalla potenza visiva invidiabile. Sei storie connesse fra loro da fili sottilissimi (quelli citati nella spiegazione della trama) che non devono essere tali perché il significato ultimo non è che siamo tutti connessi nel tempo da ampie evidenze scientifiche, ma siamo connessi in maniera sottile e non matematica, qualcosa che è più percepibile che dimostrabile (questo punto è spesso visto come una pecca, a mio avviso ciò non è, ma è fuori discussione che si tratti dell’ennesimo colpo d’arroganza).

L’ultimo colpo di genio e di audacia è collegare visivamente le storie fra di loro non solo con il cast identico, ma con la regia. Il montaggio diviene parte integrante del racconto come non mai e affianca le diverse vicende con l’assonanza delle scene più che con tagli netti al termine di una sequenza completa, in maniera tale che per la scena dedicata ad un epoca da il tempo di mezza inquadratura per poi fare dieci minuti per la storia successiva. Il racconto diventa ostico da vedere, ma estremamente affascinante nello svolgersi e denota una voglia folle di fare un cinema che non si ripieghi costantemente sul già visto in fatto di messa in scena e denota altresì un incredibile fiducia nel pubblico.

Che poi i pregi del film non sono tutti qui, c'è anche tutto un magma di citazioni trasversali più o meno evidenti che vanno dalla letteratura (Solženicyn), ai film (Soylent green) ai manga (tutto l'episodio a neo Seul), che sono comunque solo i più evidenti (chissà quanti altri più sottili ce ne devono essere) e che costituiscono non un nozionismo fine a se stesso, ma vogliono significare qualcosa, si paragonano con quanto accade (o accadrà o è accaduto) per dargli significato.

Che poi le singole storie trattino di rivoluzioni compiute dalla consapevolezza acquisita da un solo personaggio è un classico dei Wachowski, non disdegnato da Tykwer, che fa sempre piacere vedere riproposto.

mercoledì 20 aprile 2011

Il falò delle vanità - Brian De Palma (1990)

(The bonfire of the vanities)

Visto in DVD.
Un giovane broker (Hanks) che vive a Manhattan, figlio di una cultura dell'edonismo e dell'ipocrisia, con moglie isterica e amante ninfomane rimane, per caso, invischiato in un incidente stradale di cui, tecnicamente, non ha colpa, è stata la sua amante a tirare sotto un ragazzo di colore nel Bronx. Peccato che gli interessi economici della famiglia del ragazzo e di un ambiguo reverendo locale, gli interessi politici di procuratori e legulei, nonchè gli interessi di vendita dei giornalisti, montino un caso estremo di razzismo al contrario dove il povero Hanks viene accusato e perseguitato sostanzialmente perchè è un bianco.
Storia ironica e graffainte dell'homo homini lupus, dove tutti sono personaggi beceri con doppi fini e dove tutte le categorie sociali sono infilate nel calderone dei bastardi.

De Palma non rinuncia a tutti i suoi tecnicismi estetici (un brutto split screen, alcuni pan focus, una macchian da rpesa mobilissima, e i soliti 5 minuti buoni di piano sequenza all'inizio, questo si molto bello), ma complessivamente si tira indietro, firma un film decisamente più sobrio, dove la sua inventiva non è invadente e lascia alla storia e agli attori la parte che gli è proprio.

Il vero difetto del film è nella trama stessa. Per prima cosa il finale troppo positivo stona tantissimo con tutto l'andamente della storia; il colpo di scena finale è troppo debole e muore se paragonato all'aspettativa che viene creata in precedenza; infine il pistolotto morale di Morgan Freeman è davvero dannoso all'andazzo generale (ma immagino che l'abbiano lasciato per dare un monologo a Freeman).

Compessivamente, comunque, il film diverte, intrattiene, non annoia mai e, credo, sia la miglior prova d'attore di Bruce Willis, nonchè la prova d'attore meno irritante di Tom Hanks.

martedì 31 agosto 2010

Prova a prendermi - Steven Spielberg (2002)

(Catch me if you can)

Visto in DVD.

In questo film c'è Christopher Walken, e neppure in una parte senza battute, o quasi, come succede da un pò. Per quanto mi riguarda questo è un motivo sufficiente per guardare un film, sennò non si psiega il fatto che mi sia visto, credo, 3 volte "Sbucato dal passato".
Il biopic su un truffatore che a neanche 18 anni aveva già speso miliardi di dollari e che finì a collaborare per oltre 20 anni con l'FBI nella sezione anti frode.
Classico film alla Spielberg, fatto di un gigantesco appeal per il pubblico e di un'arte cinematografica piena.
La storia è divertente e spigliata, si prende il suo tempo per essere raccontata e questo è il suo unico difetto, essendo di puro intrattenimento è dura digerire più di 2 ore, ma Spielberg mica è l'utlimo venuto.
Quello che più mi ha colpito in questo film è la luce. Ogni stanza è illuminata da fasci di luce diretti, i colori delicati sono invasi da fiotti di luce, i personaggi sempre immersi nella luce (o in alternativa posti in controluce), in una maniera talmente sfacciata da sorprendere quanto poco ci si faccia caso. Il risultato è ovviamente magnifico esteticamente.
Il cast è ovviamente all'altezza, e oltre Walken (che in questo film ride e piange e contiene il doloro come non faceva da tempo in un film, e ci infila la solita scena di ballo e ci ha pure guadagnato una nomination agli Oscar! come non succedeva da 30 anni), una menzione speciale va fatta per Hanks, bravo come al solito, ma in molto meno irritante e quasi irriconoscibile, senza bisogno di trucco, ma solo con la recitazione ed il portamento si è completamente trasformato.
Un film di solo intrattenimento, ma di classe, come pochi altri.