(Revenant)
Visto su Netflix.
Selvaggio west (solo più a nord della media dei film di genere), lo scout di una spedizione rimane ferito da un orso, il gruppo lo lascia indietro accudito dal figlio (mezzo indiano) da un ragazzo e dall'uomo che lo odia di più (bella idea). L'antagonista ucciderà il figlio e abbandonerà l'uomo lasciando che freddo e animali facciano il lavoro sporco... spoiler, non lo faranno, e lui tornerà redivivo solo per ucciderlo.
Gigantesco e lussureggiante film di vendetta che impiega quasi un'ora per perpetrare l'abbrivio e il resto si dilunga i una lotta contro la natura per rimanere vivi.
Inutile nascondere che il pensiero viaggia subito a "Corvo rosso non avrai il mio scalpo", ma li differenzia la trofia, ipertrofico il film di Iñárritu, asciutto e diretto quello di Pollack.
Se il difetto è proprio nell'eccesso e nell'accumulo costante senza troppi motivi che gonfia il minutaggio in maniera artificiale; il film vince per il tono cupissimo che riesce a creare (dando vita ad un ambiente permeato dalla morte che viene dagli uomini, dagli animali, dal clima e dagli elementi naturali inerti) aumentando il titanismo dello scontro fra l'uomo e il resto del creato.
La messa in scena poi è perfetta (e con un'interesse maniacale alla verosimiglianza tramite CGI) per dare la giusta voce a questo scontro; una serie di inquadrature incredibili degli sfondi naturali (con l'occhio clinico di chi sa inserire ogni elemento su più piano) fotografato con Malick in mente (e infatti in entrambi c'è Lubezki).
Sineddoche del film la scena dello scontro iniziale con gli indiani, morte ovunque, che si muove senza un ordine preciso, fango, acqua alberi e frecce che trasudano violenza e che si muovono con il disinteresse e la rapidità di una valanga.
Fosse stato più stringato e con mezz'oretta in meno, sarebbe un film di vendetta perfetto.
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giovedì 15 ottobre 2020
venerdì 11 ottobre 2019
C'era un volta a... Hollywood - Quesntin Tarantino (2019)
(Once upon a time... in Hollywood)
Visto al cinema.
Finalmente un film di Tarantino che mi ha soddisfatto completamente, è un'esperienza che non mi capitava dai tempi di "Bastardi senza gloria".
Tarantino, al suo eternamente ultimo film, abbandona gli obblighi contrattuali legati alle aspettative che ha creato in 25 anni di carriera. Basta violenza efferata e stilizzata (c'è in realtà, ma nel solo quarto d'ora finale), basta lunghi ed elaborati dialoghi fatti di cesello (si parla moltissimo nel film, ma senza gli eccessi parossistici e manieristici dei film precedenti) mettendo un'intera serie di scene in mano aun personaggio (quello di Sharon tate) quasi senza battute (!).
Tarantino si libera di sé stesso e nella storia dei due giorni (più uno) di vita dei suoi due coprotagonisti (un attore della tv che non riesce a sfondare al cinema e deve ripiegare sulle parti da cattivo... sempre in tv) più uno (la Tate di cui sopra) in realtà parla dell'unico argomento che lo interessi: il cinema.
Nel suo film più nostalgico (le musiche e o i poster cinematografici pervasivi sembrano utili più a ricordare che a creare un ambiente) tarantino abbandona il citazionismo spinto (che pure c'è, ma si nota molto meno) per dedicarsi a descrivere quanto è bello fare, mostrare o guardare film. l'intera filiera cinematografica è rappresentata ed è esaltata ed esaltante: i produttori sono entusiasti, le costumiste capiscono al volo le fantasie dei registi che a loro volta sono pieni di energie nonostante i lavori di bassa lega, gli stuntman soddisfatti, e giù nella catena alimentare dell'industria dei sogni fino alla cassiera del cinema e alla maschera. Naturalmente non ci si dimentica degli spettatori nella scena che racchiude l'intero film con Sharon Tate al cinema a vedere il suo ultimo film, estasiata e soddisfatta di sé che ascolta con commozione i feedback positivi del pubblico; non ci sono parole, ma lì c'è tutto quello che questo film vuol trasmettere.
Un inno al cinema che solo Tarantino poteva fare in questo modo e che. per fortuna gli riesce benissimo (ovviamente c'è molto della Hollywood di quegli anni che viene mostrato, ricostruito o nominato, ma va di diritto nel progetto nostalgia che rende bene, ma che non è immediatamente fruibile e neppure fondamentale).
Preponderante, soprattutto nel finale, anche i collegamenti con la cronaca con le vicende dei due co-protagonisti che si intrecciano involontariamente con la famiglia di Charles Manson.
Perché l'idea di mettere l'eccidio di Cielo Drive nel film può avere molti scopi (elemento catartico per come è stata realizzata, semplice setting temporale, giustificare la presenza della Tate ecc...), ma, personalmente, ho trovato geniale la gestione dell'affair Manson. Sfruttato per creare una splendida scena thriller (quella nel ranch) e utile per mostrare che nella città dell'industria dei sogni tutto è legato al cinema, anche la famiglia risiede in un set abbandonato e cercherà di uccidere attori e stuntman.
E DA QUI SPOILER. Sopra a ogni altra cosa però c'è il gioco con le aspettative dello spettatore. per tutto il film Tarantino ti fa affezionare al dolcissimo personaggio della Tate mentre ti mostra come il male si sta sviluppando appena fuori città e (per chi sa come andarono le cose) è ovvio pensare a co me finirà il film. Tarantino però modifica (di nuovo) la storia è lascia incolume la tate e il finale riesce ad avere uno dei scioglimenti più emotivi e (inaspettatamente) dolci che potesse avere, perfettamente in linea con il tono positivo del resto del film e senza negarsi un minimo di simbolismo. Il tutto giocando con quanto si sa e con quanto ci si aspetta stravolgendo il tutto riuscendo quindi a colpire molto più in profondità.
PS: e non ho parlato del solito cast di stelle e comprimari magnifici, quasi tutti in parte e ben utilizzati (giusto Pacino mi è sembrato svalutato) con un DiCaprio eccezionale (davvero si mangia ogni scena in cui compare), un Pitt perfettamente in parte e una Robbie con gli occhi costantemente luminosi.
Visto al cinema.
Finalmente un film di Tarantino che mi ha soddisfatto completamente, è un'esperienza che non mi capitava dai tempi di "Bastardi senza gloria".
Tarantino, al suo eternamente ultimo film, abbandona gli obblighi contrattuali legati alle aspettative che ha creato in 25 anni di carriera. Basta violenza efferata e stilizzata (c'è in realtà, ma nel solo quarto d'ora finale), basta lunghi ed elaborati dialoghi fatti di cesello (si parla moltissimo nel film, ma senza gli eccessi parossistici e manieristici dei film precedenti) mettendo un'intera serie di scene in mano aun personaggio (quello di Sharon tate) quasi senza battute (!).
Tarantino si libera di sé stesso e nella storia dei due giorni (più uno) di vita dei suoi due coprotagonisti (un attore della tv che non riesce a sfondare al cinema e deve ripiegare sulle parti da cattivo... sempre in tv) più uno (la Tate di cui sopra) in realtà parla dell'unico argomento che lo interessi: il cinema.
Nel suo film più nostalgico (le musiche e o i poster cinematografici pervasivi sembrano utili più a ricordare che a creare un ambiente) tarantino abbandona il citazionismo spinto (che pure c'è, ma si nota molto meno) per dedicarsi a descrivere quanto è bello fare, mostrare o guardare film. l'intera filiera cinematografica è rappresentata ed è esaltata ed esaltante: i produttori sono entusiasti, le costumiste capiscono al volo le fantasie dei registi che a loro volta sono pieni di energie nonostante i lavori di bassa lega, gli stuntman soddisfatti, e giù nella catena alimentare dell'industria dei sogni fino alla cassiera del cinema e alla maschera. Naturalmente non ci si dimentica degli spettatori nella scena che racchiude l'intero film con Sharon Tate al cinema a vedere il suo ultimo film, estasiata e soddisfatta di sé che ascolta con commozione i feedback positivi del pubblico; non ci sono parole, ma lì c'è tutto quello che questo film vuol trasmettere.
Un inno al cinema che solo Tarantino poteva fare in questo modo e che. per fortuna gli riesce benissimo (ovviamente c'è molto della Hollywood di quegli anni che viene mostrato, ricostruito o nominato, ma va di diritto nel progetto nostalgia che rende bene, ma che non è immediatamente fruibile e neppure fondamentale).
Preponderante, soprattutto nel finale, anche i collegamenti con la cronaca con le vicende dei due co-protagonisti che si intrecciano involontariamente con la famiglia di Charles Manson.
Perché l'idea di mettere l'eccidio di Cielo Drive nel film può avere molti scopi (elemento catartico per come è stata realizzata, semplice setting temporale, giustificare la presenza della Tate ecc...), ma, personalmente, ho trovato geniale la gestione dell'affair Manson. Sfruttato per creare una splendida scena thriller (quella nel ranch) e utile per mostrare che nella città dell'industria dei sogni tutto è legato al cinema, anche la famiglia risiede in un set abbandonato e cercherà di uccidere attori e stuntman.
E DA QUI SPOILER. Sopra a ogni altra cosa però c'è il gioco con le aspettative dello spettatore. per tutto il film Tarantino ti fa affezionare al dolcissimo personaggio della Tate mentre ti mostra come il male si sta sviluppando appena fuori città e (per chi sa come andarono le cose) è ovvio pensare a co me finirà il film. Tarantino però modifica (di nuovo) la storia è lascia incolume la tate e il finale riesce ad avere uno dei scioglimenti più emotivi e (inaspettatamente) dolci che potesse avere, perfettamente in linea con il tono positivo del resto del film e senza negarsi un minimo di simbolismo. Il tutto giocando con quanto si sa e con quanto ci si aspetta stravolgendo il tutto riuscendo quindi a colpire molto più in profondità.
PS: e non ho parlato del solito cast di stelle e comprimari magnifici, quasi tutti in parte e ben utilizzati (giusto Pacino mi è sembrato svalutato) con un DiCaprio eccezionale (davvero si mangia ogni scena in cui compare), un Pitt perfettamente in parte e una Robbie con gli occhi costantemente luminosi.
lunedì 3 dicembre 2018
Titanic - James Cameron (1997)
(Id.)
Visto al cinema.
Il film evento degli anni '90 con incassi maggiori anche del (successivo) Matrix; un esperimento sociale di fidelizzazione delle regazzine più che una mera sperimentazione artistica. Giustamente riportato al cinema per il ventennale... e io per la prima volta me lo vedo.
All'epoca, allergico al battage puntato tutto su un target molto preciso dell'epoca (ma che presto esondò colpendo un pubblico molto più diffuso) decisi, orgogliosamente e non senza un'enorme dose di narcisismo che non lo avrei mai visto. Ho portato pazienza fino ad ora, ma l'idea di vedere un film del genere al cinema, forse per l'ultima volta mi ha convinto. E mi è piaciuto, molto.
Ad uno sguardo attento, il film è un perfetto concentrato di quel decennio, suddiviso in tre parti (non equilibrate):
Il film che mostra il successo della scienza e della tecnica (tutta la prima parte con le immagini del Titanic originale) che è un'immagine perfetta dello zeitgeist di quell'epoca (di cui "Jurassic Park" rappresenta il capolavoro).
Il film d'amore impossibile che... beh è tipico di ogni periodo del cinema, ma che non demorse neppure nei 90s.
Il disater movie!
Ecco, quello che più mi ha colpito è che Cameron attira un pubblico specifico con la storia d'amore, lo seduce fino a convincerlo ad ossessionarsi al film, poi gli butta addosso più di un'ora di distruzione totale con patemi d'animo che "Twister" non potrà mai raggiungere.
E il comparto tecnico è fenomenale. In epoca selvaggia per la computer grafica la (lunghissima) sequenza finale è incredibile, la regia gestisce la tensione in maniera impeccabile e, immagino, per chi all'epoca ancora non sapesse nulla l'impressione che i due potessero non farcela fin dentro la nave era palpabile.
Comparto estetico è, ovviamente, anche migliore, con una cura nella ricostruzione degli interni e dei costumi come solo la Hollywood piena di soldi si può permettere.
Visto al cinema.
Il film evento degli anni '90 con incassi maggiori anche del (successivo) Matrix; un esperimento sociale di fidelizzazione delle regazzine più che una mera sperimentazione artistica. Giustamente riportato al cinema per il ventennale... e io per la prima volta me lo vedo.
All'epoca, allergico al battage puntato tutto su un target molto preciso dell'epoca (ma che presto esondò colpendo un pubblico molto più diffuso) decisi, orgogliosamente e non senza un'enorme dose di narcisismo che non lo avrei mai visto. Ho portato pazienza fino ad ora, ma l'idea di vedere un film del genere al cinema, forse per l'ultima volta mi ha convinto. E mi è piaciuto, molto.
Ad uno sguardo attento, il film è un perfetto concentrato di quel decennio, suddiviso in tre parti (non equilibrate):
Il film che mostra il successo della scienza e della tecnica (tutta la prima parte con le immagini del Titanic originale) che è un'immagine perfetta dello zeitgeist di quell'epoca (di cui "Jurassic Park" rappresenta il capolavoro).
Il film d'amore impossibile che... beh è tipico di ogni periodo del cinema, ma che non demorse neppure nei 90s.
Il disater movie!
Ecco, quello che più mi ha colpito è che Cameron attira un pubblico specifico con la storia d'amore, lo seduce fino a convincerlo ad ossessionarsi al film, poi gli butta addosso più di un'ora di distruzione totale con patemi d'animo che "Twister" non potrà mai raggiungere.
E il comparto tecnico è fenomenale. In epoca selvaggia per la computer grafica la (lunghissima) sequenza finale è incredibile, la regia gestisce la tensione in maniera impeccabile e, immagino, per chi all'epoca ancora non sapesse nulla l'impressione che i due potessero non farcela fin dentro la nave era palpabile.
Comparto estetico è, ovviamente, anche migliore, con una cura nella ricostruzione degli interni e dei costumi come solo la Hollywood piena di soldi si può permettere.
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lunedì 27 gennaio 2014
The wolf of Wall Street - Martin Scorsese (2013)
(Id.)
Visto al cinema.
La storia (vera) di Jordan Belfort da giovane di belle speranze a miliardario grazie ad un mix tra finanza creativa, dipendenza da sesso e consumo di droghe d'ogni tipo.
Scorsese in grande spolvero; torna alla sua regia epilettica; movimenti di macchina rapidi, montaggio serrato, inquadrature che vanno dai dettagli agli insiemi e colori chiassosi. Il film ha un andamento altalenante, con lunghe sequenze euforiche ed energiche come le droghe che vengono usate dai protagonisti e altre con una lentezza ed una calma da hangover o da effetto depressivo sul sistema nervoso. Una regia che mostra l'euforia e la frenesia di un mondo, di un sistema, di una personalità (quella del protagonista) e di una tossicodipendenza; Scorsese non si limita a mostrare le cose le spiega con lo stile del film. Il tutto inserito nella solita perfezione fotografica.
La parabola umana del protagonista poi è un classico di Scorsese (parte dal basso raggiunge il picco ipercinetico e poi ritorna ad uno stadio finale inferiore); non c'è qui colpa e redenzione, ma un personaggio mediamente capace, senza scrupoli morali e senza una razionalità forte in preda al caso, come il protagonista de i Bravi ragazzi (anche se li era più in preda ad un sistema che non al caso). Non ci sono giudizi morali ostentati né punizioni, semplicemente c'è l'esposizione voyeristica di un mondo che si denigra da solo, per il semplice comportamento che tiene e per l'imbruttimento che rimane l'unica costante.
Da sottolineare inoltre l'ironia surreale che pervade il film. Dato l'argomento Scorsese si permette una virata verso il demenziale come non mai; una serie di persone serissime che discutono di cose folli in maniera scientifica (se la discussione su perchè Hill ha sposato sua cugina è notevole, la palma d'oro, a mio avviso, la vince la conversazione sulle questioni legali circa la gara di lancio del nano!) o intere sequenze pervase da una follia che in mano ad altri sarebbe risultata patetica o offensiva (l'accostamento fra Braccio di ferro e la cocaina!).
Infine è una prova d'attori formidabile. Se il cast è stato scelto in maniera impeccabile, il lavoro di DiCaprio ha dell'incredibile; riesce da dio in una trasformazione senza precedenti, da compassato ragazzo di provincia in giacca e cravatta a un Raoul Duke ipersessuale.
Se si considera che tutto questo è contenuto in un film di 3 ore che sembra durarne la metà; beh, applausi.
Visto al cinema.
La storia (vera) di Jordan Belfort da giovane di belle speranze a miliardario grazie ad un mix tra finanza creativa, dipendenza da sesso e consumo di droghe d'ogni tipo.
Scorsese in grande spolvero; torna alla sua regia epilettica; movimenti di macchina rapidi, montaggio serrato, inquadrature che vanno dai dettagli agli insiemi e colori chiassosi. Il film ha un andamento altalenante, con lunghe sequenze euforiche ed energiche come le droghe che vengono usate dai protagonisti e altre con una lentezza ed una calma da hangover o da effetto depressivo sul sistema nervoso. Una regia che mostra l'euforia e la frenesia di un mondo, di un sistema, di una personalità (quella del protagonista) e di una tossicodipendenza; Scorsese non si limita a mostrare le cose le spiega con lo stile del film. Il tutto inserito nella solita perfezione fotografica.
La parabola umana del protagonista poi è un classico di Scorsese (parte dal basso raggiunge il picco ipercinetico e poi ritorna ad uno stadio finale inferiore); non c'è qui colpa e redenzione, ma un personaggio mediamente capace, senza scrupoli morali e senza una razionalità forte in preda al caso, come il protagonista de i Bravi ragazzi (anche se li era più in preda ad un sistema che non al caso). Non ci sono giudizi morali ostentati né punizioni, semplicemente c'è l'esposizione voyeristica di un mondo che si denigra da solo, per il semplice comportamento che tiene e per l'imbruttimento che rimane l'unica costante.
Da sottolineare inoltre l'ironia surreale che pervade il film. Dato l'argomento Scorsese si permette una virata verso il demenziale come non mai; una serie di persone serissime che discutono di cose folli in maniera scientifica (se la discussione su perchè Hill ha sposato sua cugina è notevole, la palma d'oro, a mio avviso, la vince la conversazione sulle questioni legali circa la gara di lancio del nano!) o intere sequenze pervase da una follia che in mano ad altri sarebbe risultata patetica o offensiva (l'accostamento fra Braccio di ferro e la cocaina!).
Infine è una prova d'attori formidabile. Se il cast è stato scelto in maniera impeccabile, il lavoro di DiCaprio ha dell'incredibile; riesce da dio in una trasformazione senza precedenti, da compassato ragazzo di provincia in giacca e cravatta a un Raoul Duke ipersessuale.
Se si considera che tutto questo è contenuto in un film di 3 ore che sembra durarne la metà; beh, applausi.
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lunedì 27 maggio 2013
Il grande Gatsby - Baz Luhrmann (2013)
(The great Gatsby)
Visto al cinema
Visto al cinema
Ci sono molti modi per mettere in scena
una storia poco complessa, ma molto emotiva (e molto americana) come “Il grande Gatsby”; certamente la versione più esagerata, kitsch, chiassosa e tracotante è
proprio quella di Baz Luhrmann. Solo lui, con un’idea di regia così pesante
e muscolare poteva realizzare un film così arrogante senza sfociare nel
ridicolo. E se per tutto il film è tutto un florilegio di colori chiassosi,
location estremizzata, macchine da presa a volo d’uccello (e un uso frenetico
ed interessante del montaggio nell'incipit), tutto riesce ad essere credibile, a dare l’idea della grandezza senza schiacciare la storia tutto sommato intima.
In una parola Luhrmann si è sdoganato dal passo falso di “Australia” ed è
ritornato sul sentiero di “Moulin rouge”.
Unico neo della regia, a mio avviso, è
l’uso eccessivo di un CGI che non si riesce a controllare o a fondere perfettamente
con le riprese reali (più qualche green screen mal realizzato), ma tutto
sommato l’uso del computer è sempre presente in scene estetizzanti che
altrimenti non sarebbero possibili e, a dopotutto, lo si perdona. Al solito le
musiche sono moderne, ma stavolta, salvo per le feste, sono rimaneggiate in
maniera ancora più affascinante e pesante che non in “Moulin Rouge”.
Il vero problema si annida li dove si
trova anche il valore aggiunto: il cast.
Un Dicaprio monumentale, mai così bravo e convincente, mai così in parte, perfetto per il ruolo per fisico, espressione ed autorevolezza dell’attore prima ancora che del personaggio (per fare Gatsby ci voleva un attore che fosse universalmente ricordato nel contempo per romanticismo ed impegno sociale, tutto possibilmente condito con tanti soldi); quello che più mi ha colpito sono state i continui atteggiamenti del viso che presi palesemente da Marlon Brando che hanno reso Dicaprio quasi identico al defunto attore.
Come dicevo però il problema è sempre qui, nel cast; ora io mi chiedo, se devi fare un film che non sia comico mi è difficile pensare di scritturare Tobey “espressione buffa” Maguire, ma se devo fare un colossal dove l’attore deve essere credibile quando lo inquadro dopo essere sceso in picchiata con un aereo sulla New York degli anni ’20 beh, vorrei davvero scritturare un attore e non Tobey “l’inopportuno” Maguire. Lui da solo riesce a far cadere la sospensione dell’incredulità ad ogni suo primo piano.
Un Dicaprio monumentale, mai così bravo e convincente, mai così in parte, perfetto per il ruolo per fisico, espressione ed autorevolezza dell’attore prima ancora che del personaggio (per fare Gatsby ci voleva un attore che fosse universalmente ricordato nel contempo per romanticismo ed impegno sociale, tutto possibilmente condito con tanti soldi); quello che più mi ha colpito sono state i continui atteggiamenti del viso che presi palesemente da Marlon Brando che hanno reso Dicaprio quasi identico al defunto attore.
Come dicevo però il problema è sempre qui, nel cast; ora io mi chiedo, se devi fare un film che non sia comico mi è difficile pensare di scritturare Tobey “espressione buffa” Maguire, ma se devo fare un colossal dove l’attore deve essere credibile quando lo inquadro dopo essere sceso in picchiata con un aereo sulla New York degli anni ’20 beh, vorrei davvero scritturare un attore e non Tobey “l’inopportuno” Maguire. Lui da solo riesce a far cadere la sospensione dell’incredulità ad ogni suo primo piano.
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mercoledì 30 gennaio 2013
Django unchained - Quentin Tarantino (2012)
(Id.)
Visto al cinema.
La storia la conosciamo ormai tutti a memoria.
Diciamolo subito a scanso d'equivoci, è un bel film. Ha un ritmo e un'arte (oltre che una percentuale di godimento complessivo) decisamente più altro della media.
...ciononostante mi ha deluso.
Obbiettivamente me ne importa relativamente che questo sia il primo vero film politico di Tarantino; non mi interessano affatto le polemiche; non vivo per vedere un citazionismo spinto ed ammiccante (che in questo film è ai minimi storici) e, direi, sono di secondaria importanza gli spruzzi di sangue pantagruelici. Il problema è che Tarantino è decisamente sottotono.
Se è vero che dopo Kill Bill Tarantino ha smesso di sperimentare, quantomeno ci aveva abituato ad un minimo fatto di grandi dialoghi, scene registicamente gustose, esplosioni di violenza estetizzante.
Qui il vero problema è la sceneggiatura. Il film è diviso in tre pezzi, l'incontro, Candieland e la vendetta. La prima parte latita di interesse, si costruiscono i personaggi, ma in realtà dopo aver introdotto il dentista il resto è particolarmente inutile (molte sono scene divertenti o semplicemente belle, ma le parti in cui si dovrebbe creare il rapporto fra i due il ritmo latita, si pensi alla scena in cui viene descritta la storia di Sigfrido). La parte di Candieland è quella che presenta molti punti di interesse perchè mostra due personaggi fantastici (Candie e Stephen), ma anche qui i dialoghi arguti latitano molto. Il finale di vendetta è molto tarantiniano, ma discontinuo e sembra mettere Django in situazioni di pericolo che si risolvono all'ultimo con stupidi colpi di fortuna come il batman degli anni 60.
Detto ciò, la sceneggiatura diluita in maniera inutile ha molti picchi di fascino o di grande comicità (la scena del kkk), ma quello che più mi ha colpito è stata la mancanza di grandi dialoghi! Ricordo perfettamente almeno 2 o 3 dialoghi per ogni suo film, ma per Django, una volta uscito dal cinema già non me ne veniva in mente nessuno. Questo soprattutto ha un impatto notevole sui personaggi, che, di fatto, vengono sprecati.
Le scene registicamente gustose non mancano, ma sono poche; l'incipit, la scena dell'omicido dei 3 fratelli, il primo incontro con Candie e la sparatoria in villa sono da antologia; ma non ne riesco a ricordare altre che ne siano all'altezza...
Infine i grandi spruzzi di violenza estetica c'è, è vero, ma da sola non regge un intero film.
Bello; ma, per me, il peggiore della sua carriera.
Visto al cinema.
La storia la conosciamo ormai tutti a memoria.
Diciamolo subito a scanso d'equivoci, è un bel film. Ha un ritmo e un'arte (oltre che una percentuale di godimento complessivo) decisamente più altro della media.
...ciononostante mi ha deluso.
Obbiettivamente me ne importa relativamente che questo sia il primo vero film politico di Tarantino; non mi interessano affatto le polemiche; non vivo per vedere un citazionismo spinto ed ammiccante (che in questo film è ai minimi storici) e, direi, sono di secondaria importanza gli spruzzi di sangue pantagruelici. Il problema è che Tarantino è decisamente sottotono.
Se è vero che dopo Kill Bill Tarantino ha smesso di sperimentare, quantomeno ci aveva abituato ad un minimo fatto di grandi dialoghi, scene registicamente gustose, esplosioni di violenza estetizzante.
Qui il vero problema è la sceneggiatura. Il film è diviso in tre pezzi, l'incontro, Candieland e la vendetta. La prima parte latita di interesse, si costruiscono i personaggi, ma in realtà dopo aver introdotto il dentista il resto è particolarmente inutile (molte sono scene divertenti o semplicemente belle, ma le parti in cui si dovrebbe creare il rapporto fra i due il ritmo latita, si pensi alla scena in cui viene descritta la storia di Sigfrido). La parte di Candieland è quella che presenta molti punti di interesse perchè mostra due personaggi fantastici (Candie e Stephen), ma anche qui i dialoghi arguti latitano molto. Il finale di vendetta è molto tarantiniano, ma discontinuo e sembra mettere Django in situazioni di pericolo che si risolvono all'ultimo con stupidi colpi di fortuna come il batman degli anni 60.
Detto ciò, la sceneggiatura diluita in maniera inutile ha molti picchi di fascino o di grande comicità (la scena del kkk), ma quello che più mi ha colpito è stata la mancanza di grandi dialoghi! Ricordo perfettamente almeno 2 o 3 dialoghi per ogni suo film, ma per Django, una volta uscito dal cinema già non me ne veniva in mente nessuno. Questo soprattutto ha un impatto notevole sui personaggi, che, di fatto, vengono sprecati.
Le scene registicamente gustose non mancano, ma sono poche; l'incipit, la scena dell'omicido dei 3 fratelli, il primo incontro con Candie e la sparatoria in villa sono da antologia; ma non ne riesco a ricordare altre che ne siano all'altezza...
Infine i grandi spruzzi di violenza estetica c'è, è vero, ma da sola non regge un intero film.
Bello; ma, per me, il peggiore della sua carriera.
lunedì 25 giugno 2012
J. Edgar - Clint Eastwood (2011)
(Id.)
Visto in DVD.
Di Clint Eastwood c’è di bello che, se proprio va male, racconta una storia per bene senza annoiare mai. Ecco, secondo me questo è il caso. La vita di Hoover, l’uomo che inventò l’FBI e il padre padrone più potente degli USA finché rimase in vita è la storia di un uomo anziano che cerca di ricordare il suo passato e di tramandarlo ai posteri senza che venga modificato dalle illazioni dei suoi detrattori. Nel farlo però, sarà inevitabile che sia lui a modificarlo in meglio. Ecco l’idea dell’impossibilità di giungere alla verità, della storia come menzogna condivisa e di una vita di solitudine a cui bisogna almeno trovare un motivo, sono tutti temi affascinanti, ma che di fatti vengono lasciati sullo sfondo. Sullo sfondo c’è pure la grandezza controversa del personaggio, non si ha mai ben chiaro quanto abbia le mani in pasta, quanto possa decidere in maniera indipendente, quanto sia lui il potere forte da sondare; e, d’altra parte, la sua vita privata viene ridotta al solito gelo che circonda i personaggi di potere da “Quarto potere” in poi.
Visto in DVD.
Di Clint Eastwood c’è di bello che, se proprio va male, racconta una storia per bene senza annoiare mai. Ecco, secondo me questo è il caso. La vita di Hoover, l’uomo che inventò l’FBI e il padre padrone più potente degli USA finché rimase in vita è la storia di un uomo anziano che cerca di ricordare il suo passato e di tramandarlo ai posteri senza che venga modificato dalle illazioni dei suoi detrattori. Nel farlo però, sarà inevitabile che sia lui a modificarlo in meglio. Ecco l’idea dell’impossibilità di giungere alla verità, della storia come menzogna condivisa e di una vita di solitudine a cui bisogna almeno trovare un motivo, sono tutti temi affascinanti, ma che di fatti vengono lasciati sullo sfondo. Sullo sfondo c’è pure la grandezza controversa del personaggio, non si ha mai ben chiaro quanto abbia le mani in pasta, quanto possa decidere in maniera indipendente, quanto sia lui il potere forte da sondare; e, d’altra parte, la sua vita privata viene ridotta al solito gelo che circonda i personaggi di potere da “Quarto potere” in poi.
Detto ciò il film è ben
confezionato come si conviene a Eastwood, molto elegante e gelido come il suo
protagonista; la storia è narrata con una scorrevolezza invidiabile anche se il
lasso temporale considerato (ed i fatti narrati) sia enorme, senza cali di
tensione o botte di noia particolari. Inoltre Eastwood ha una delicatezza ed un’aura
talmente importante che può parlare di tutto senza creare scalpore, recriminazioni
o contestazioni (passa dal travestitismo all’affair Kennedy come se niente
fosse). Infine proprio il riprendere in mano quanto di già visto (una storia d'amore di un personaggio immerso nel proprio gelo e in quello che gli conferisce il potere che ha) denota le capacità del regista, lavorando sottotono, con poche scene madri utili per lo più a DiCaprio per cercare di vincere un Oscar che ad altro, Eastwood descrive una relazione impossibile tutta giocandola su scambi non verbali tra le 3 persone che ne vengono interessate.
PS: un premio tutto particolare per il trucco che invecchia DiCaprio, evidentemente hanno voluto copiare Ruggero De Ceglie e ce l'hanno fatta perfettamente.
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Naomi Watts
venerdì 8 ottobre 2010
Inception - Christopher Nolan (2010)
(Id.)
Visto al cinema.
Di Inception ne ha già parlato chiunque. C'è poco da aggiungere; è un incasinato capolavoro dal finale apertissimo come piace da queste parti. E basta.
Ciò che più impressiona però è l'indubbia capacità di Nolan di realizzare film concettualmente complessi che riescano comunque a vincere al box office, captando l'interesse generale; a riuscire a mantenere sempre ciò che promettte, e soprattutto all'impressionante capacità di parlare di qualunque cosa per più di 2 ore rendendo tutto chiaro e senza mai un momento di stanca.
Nlan si conferma come la migliore scoperta cinematografica degli ultimi anni. Se già si erano viste le sue mire autoriali in "Memento" o "Following"; con la serie di Batman e questo film fa capire che può fare di tutto, farlo bene, farlo realistico (è questa una delle formule vincenti degli ultimi film) e a guadagnarci parecchio. Si, insomma, Nolan è il nuovo Spielberg.
L'unica cosa su cui ho dei dubbi è se questo film sia effettivamente migliore di "The dark knight"... sinceramente ho dei dubbi; in ogni caso la scena di combattimento nei corridoi dell'albergo, tra stanze che girano e assenza di gravità, la voto come miglior scena d'azione di sempre.
Attendo già ora il prossimo film di Nolan.
Visto al cinema.
Di Inception ne ha già parlato chiunque. C'è poco da aggiungere; è un incasinato capolavoro dal finale apertissimo come piace da queste parti. E basta.
Ciò che più impressiona però è l'indubbia capacità di Nolan di realizzare film concettualmente complessi che riescano comunque a vincere al box office, captando l'interesse generale; a riuscire a mantenere sempre ciò che promettte, e soprattutto all'impressionante capacità di parlare di qualunque cosa per più di 2 ore rendendo tutto chiaro e senza mai un momento di stanca.
Nlan si conferma come la migliore scoperta cinematografica degli ultimi anni. Se già si erano viste le sue mire autoriali in "Memento" o "Following"; con la serie di Batman e questo film fa capire che può fare di tutto, farlo bene, farlo realistico (è questa una delle formule vincenti degli ultimi film) e a guadagnarci parecchio. Si, insomma, Nolan è il nuovo Spielberg.
L'unica cosa su cui ho dei dubbi è se questo film sia effettivamente migliore di "The dark knight"... sinceramente ho dei dubbi; in ogni caso la scena di combattimento nei corridoi dell'albergo, tra stanze che girano e assenza di gravità, la voto come miglior scena d'azione di sempre.
Attendo già ora il prossimo film di Nolan.
martedì 31 agosto 2010
Prova a prendermi - Steven Spielberg (2002)
(Catch me if you can)
Visto in DVD.
In questo film c'è Christopher Walken, e neppure in una parte senza battute, o quasi, come succede da un pò. Per quanto mi riguarda questo è un motivo sufficiente per guardare un film, sennò non si psiega il fatto che mi sia visto, credo, 3 volte "Sbucato dal passato".
Il biopic su un truffatore che a neanche 18 anni aveva già speso miliardi di dollari e che finì a collaborare per oltre 20 anni con l'FBI nella sezione anti frode.
Classico film alla Spielberg, fatto di un gigantesco appeal per il pubblico e di un'arte cinematografica piena.
La storia è divertente e spigliata, si prende il suo tempo per essere raccontata e questo è il suo unico difetto, essendo di puro intrattenimento è dura digerire più di 2 ore, ma Spielberg mica è l'utlimo venuto.
Quello che più mi ha colpito in questo film è la luce. Ogni stanza è illuminata da fasci di luce diretti, i colori delicati sono invasi da fiotti di luce, i personaggi sempre immersi nella luce (o in alternativa posti in controluce), in una maniera talmente sfacciata da sorprendere quanto poco ci si faccia caso. Il risultato è ovviamente magnifico esteticamente.
Il cast è ovviamente all'altezza, e oltre Walken (che in questo film ride e piange e contiene il doloro come non faceva da tempo in un film, e ci infila la solita scena di ballo e ci ha pure guadagnato una nomination agli Oscar! come non succedeva da 30 anni), una menzione speciale va fatta per Hanks, bravo come al solito, ma in molto meno irritante e quasi irriconoscibile, senza bisogno di trucco, ma solo con la recitazione ed il portamento si è completamente trasformato.
Un film di solo intrattenimento, ma di classe, come pochi altri.
Visto in DVD.
In questo film c'è Christopher Walken, e neppure in una parte senza battute, o quasi, come succede da un pò. Per quanto mi riguarda questo è un motivo sufficiente per guardare un film, sennò non si psiega il fatto che mi sia visto, credo, 3 volte "Sbucato dal passato".
Il biopic su un truffatore che a neanche 18 anni aveva già speso miliardi di dollari e che finì a collaborare per oltre 20 anni con l'FBI nella sezione anti frode.
Classico film alla Spielberg, fatto di un gigantesco appeal per il pubblico e di un'arte cinematografica piena.
La storia è divertente e spigliata, si prende il suo tempo per essere raccontata e questo è il suo unico difetto, essendo di puro intrattenimento è dura digerire più di 2 ore, ma Spielberg mica è l'utlimo venuto.
Quello che più mi ha colpito in questo film è la luce. Ogni stanza è illuminata da fasci di luce diretti, i colori delicati sono invasi da fiotti di luce, i personaggi sempre immersi nella luce (o in alternativa posti in controluce), in una maniera talmente sfacciata da sorprendere quanto poco ci si faccia caso. Il risultato è ovviamente magnifico esteticamente.
Il cast è ovviamente all'altezza, e oltre Walken (che in questo film ride e piange e contiene il doloro come non faceva da tempo in un film, e ci infila la solita scena di ballo e ci ha pure guadagnato una nomination agli Oscar! come non succedeva da 30 anni), una menzione speciale va fatta per Hanks, bravo come al solito, ma in molto meno irritante e quasi irriconoscibile, senza bisogno di trucco, ma solo con la recitazione ed il portamento si è completamente trasformato.
Un film di solo intrattenimento, ma di classe, come pochi altri.
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giovedì 8 aprile 2010
Blood diamond, diamanti di sangue - Edward Zwick (2006)
(Blood diamond)
Visto in DVD in lunga originale sottotitolato.
Ecco il solito film di Hollywood che vuole far vedere quanto sono impegnati e interessati alle sorti del mondo parlando di un argomento cattivo cattivo con scene cattive cattive con dovizie di bambini soldato.
Alla fine però è un film tra i più politicamente corretti che possano esistere. Il buono ritrova la famiglia e si fa pure i soldi, mentre il cattivo (che più che cattivo è un poverino segnato da un'infanzia strappa-lacrime e riuscirebbe anche a farsi la giornalista se solo non morisse prima) si redime aiuta i buoni e, anzi, cristologicamente si immola per salvarli tutti. Ci sono più sparatorie in mezzo alla foresta in questo film che parolacce in un in "Natale a Miami", e quando finalmente DiCaprio viene colpito passano almeno venti minuti in cui ancora corre, urla, ansima, poi senti che dalla tua gola esce il grido "Ma muori bastardo!!! fai finire questo cazzo di film! cosa telefoni che sei in mezzo al niente della Sierra Leone!!!". Poi ad un certo punto, per fortuna finisce.
Se non si fosse capito è un polpettone di 2 ore prevedibile e ripetitivo, falsamente cattivo quanto può essere autoritario Topo Gigio nella pubblicità contro l'influenza.
Visto in DVD in lunga originale sottotitolato.
Ecco il solito film di Hollywood che vuole far vedere quanto sono impegnati e interessati alle sorti del mondo parlando di un argomento cattivo cattivo con scene cattive cattive con dovizie di bambini soldato.
Alla fine però è un film tra i più politicamente corretti che possano esistere. Il buono ritrova la famiglia e si fa pure i soldi, mentre il cattivo (che più che cattivo è un poverino segnato da un'infanzia strappa-lacrime e riuscirebbe anche a farsi la giornalista se solo non morisse prima) si redime aiuta i buoni e, anzi, cristologicamente si immola per salvarli tutti. Ci sono più sparatorie in mezzo alla foresta in questo film che parolacce in un in "Natale a Miami", e quando finalmente DiCaprio viene colpito passano almeno venti minuti in cui ancora corre, urla, ansima, poi senti che dalla tua gola esce il grido "Ma muori bastardo!!! fai finire questo cazzo di film! cosa telefoni che sei in mezzo al niente della Sierra Leone!!!". Poi ad un certo punto, per fortuna finisce.
Se non si fosse capito è un polpettone di 2 ore prevedibile e ripetitivo, falsamente cattivo quanto può essere autoritario Topo Gigio nella pubblicità contro l'influenza.
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mercoledì 10 marzo 2010
Shutter island -Martin Scorsese (2010)
(Id.)
Visto al cinema.
Prima incursione di Scorsese nei film di genere, e parte subito col botto.
Punta in alto fin da subito, ispirandosi, dichiaratamente a Tourneur; e proprio dai suoi film mutua quello che è il leit motiv di questo film, la tensione fatta dal nulla. Innegabilmente in questo film c'è così tanta tensione da poter far volare un aquilone, ed è serratissima, quasi ogni scena cerca di alzare il livello di adrenalina nello spettatore; eppure non c'è alcun elemento del thriller classico, Dicaprio non rischia quasi mai la vita, e lo spettatore se ne rende ben conto, eppure non si può fare a meno di inquietarsi. A Scorsese basta l'ambiente e la musica, nient'altro.
Il film è un giallo patinato, con un gusto per l'estetica come in pochi altri film di Scorsese degli ultimi anni, con un twist nella sceneggiatura da impressionare Neil Jordan che non può non colpire. Ma la cosa migliore della trama è il susseguirsi di ipotesi più o meno sensate che il film ti costringe a fare, i continui riferimenti al nazismo, le strutture tenute nascoste, l'ambiguità dei personaggi, rendono tutto plausibile, ma niente reale... fino al finale...
Un film notevole che supera di molto gli ultimi lavori di Scorsese.
DiCaprio recita da dio; c'è poco da fare; e tutto il cast è decisamente all'altezza (Ruffalo è adatto e misurato come suo solito).
Certamente in molti punti il film esagera, butta troppi elementi o utilizza troppi stereotipi; tutto per perseguire l'obbiettivo del film d'atmosfera, e visto il risultato, direi che il fine ottenuto, giustifica i mezzi.
PS: ah già il film poi abbonda degli scorsesismi classici, su cui vince (oltre alla fotografia) l'uso delle luci (che raggiunge il meglio nell'occhio di bue ad inquadrare Di Caprio che cade a terra) ed il montaggio (che mostra immagini successive mentre due personaggi ancora parlano e che inserisce scene non spiegate che acquisiscono signifcato solo suiccessivamente, riuscendo pertanto a rendere suggestioni come in un film di Oliver Stone... uno di quelli belli)
Visto al cinema.
Prima incursione di Scorsese nei film di genere, e parte subito col botto.
Punta in alto fin da subito, ispirandosi, dichiaratamente a Tourneur; e proprio dai suoi film mutua quello che è il leit motiv di questo film, la tensione fatta dal nulla. Innegabilmente in questo film c'è così tanta tensione da poter far volare un aquilone, ed è serratissima, quasi ogni scena cerca di alzare il livello di adrenalina nello spettatore; eppure non c'è alcun elemento del thriller classico, Dicaprio non rischia quasi mai la vita, e lo spettatore se ne rende ben conto, eppure non si può fare a meno di inquietarsi. A Scorsese basta l'ambiente e la musica, nient'altro.
Il film è un giallo patinato, con un gusto per l'estetica come in pochi altri film di Scorsese degli ultimi anni, con un twist nella sceneggiatura da impressionare Neil Jordan che non può non colpire. Ma la cosa migliore della trama è il susseguirsi di ipotesi più o meno sensate che il film ti costringe a fare, i continui riferimenti al nazismo, le strutture tenute nascoste, l'ambiguità dei personaggi, rendono tutto plausibile, ma niente reale... fino al finale...
Un film notevole che supera di molto gli ultimi lavori di Scorsese.
DiCaprio recita da dio; c'è poco da fare; e tutto il cast è decisamente all'altezza (Ruffalo è adatto e misurato come suo solito).
Certamente in molti punti il film esagera, butta troppi elementi o utilizza troppi stereotipi; tutto per perseguire l'obbiettivo del film d'atmosfera, e visto il risultato, direi che il fine ottenuto, giustifica i mezzi.
PS: ah già il film poi abbonda degli scorsesismi classici, su cui vince (oltre alla fotografia) l'uso delle luci (che raggiunge il meglio nell'occhio di bue ad inquadrare Di Caprio che cade a terra) ed il montaggio (che mostra immagini successive mentre due personaggi ancora parlano e che inserisce scene non spiegate che acquisiscono signifcato solo suiccessivamente, riuscendo pertanto a rendere suggestioni come in un film di Oliver Stone... uno di quelli belli)
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mercoledì 25 novembre 2009
The aviator - Martin Scorsese (2004)
(Id.)
Visto in DVD.
Scorsese prova a raccontare la mastodontica storia del mastodontico Howard Hughes, con un profluvio di effetti speciali veramente ben fatti ed i soliti Scorsesismi classici che stavolta si arricchiscono con colori patinati, luci espressioniste e qualche eccezionale idea visiva (La follia di Hughes sottolineata dalle immagini dei suoi film proiettate sul suo corpo nudo). DiCaprio è assolutamente all'altezza come tutto il resto del cast (e che cast si è potuto permettere Scorsese se come comprimario di poco conto si è potuto permettere Holm)...
Però stavolta Scorsese non ce la fa, vuole raccontare troppo, far trasparire troppe facce di uno stesso personaggio, si attacca a piccoli tic per indicare grandi movimenti psicoanalitic... parla tanto per non farsi capire. Spiace dirlo, ma il film non trasmette l'anima di Hughes, non se ne capisce l'importanza, non se ne capiscono neppure le motivazioni (se il tuo sogno più grande è quello di far volare un aereo grande come una transatlantico...mi spiace ma non ti seguo) ed il film, in sostanza, manca completamente il bersaglio. Annoia, e le due ore e mezzo non aiutano affatto.
Peccato perchè esteticamente il film è meraviglioso; per dirla alla Stephen King, è come una grossa Cadillac senza motore.
Visto in DVD.
Scorsese prova a raccontare la mastodontica storia del mastodontico Howard Hughes, con un profluvio di effetti speciali veramente ben fatti ed i soliti Scorsesismi classici che stavolta si arricchiscono con colori patinati, luci espressioniste e qualche eccezionale idea visiva (La follia di Hughes sottolineata dalle immagini dei suoi film proiettate sul suo corpo nudo). DiCaprio è assolutamente all'altezza come tutto il resto del cast (e che cast si è potuto permettere Scorsese se come comprimario di poco conto si è potuto permettere Holm)...
Però stavolta Scorsese non ce la fa, vuole raccontare troppo, far trasparire troppe facce di uno stesso personaggio, si attacca a piccoli tic per indicare grandi movimenti psicoanalitic... parla tanto per non farsi capire. Spiace dirlo, ma il film non trasmette l'anima di Hughes, non se ne capisce l'importanza, non se ne capiscono neppure le motivazioni (se il tuo sogno più grande è quello di far volare un aereo grande come una transatlantico...mi spiace ma non ti seguo) ed il film, in sostanza, manca completamente il bersaglio. Annoia, e le due ore e mezzo non aiutano affatto.
Peccato perchè esteticamente il film è meraviglioso; per dirla alla Stephen King, è come una grossa Cadillac senza motore.
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