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mercoledì 9 settembre 2020

Tenet - Christopher Nolan (2020)

 (Id.)

Visto al cinema.

per la seconda volta (in tempi recenti) Christopehrer Nolan si scrive il film tutto da solo, ma stavolta non è un film "semplice" a livello di trama come "Dunkirk" (la cui complessità dei piani temporali era tutta fatta dal montaggio), il risultato è decisamente al di sotto del livello usuale.

Come spesso siamo davanti a un film piuttosto semplice nella trama (è una versione di James Bond con i viaggi nel tempo, e in quest'ottica Washington è credibile nella parte, lo lancio come suggerimento), ma che viene reso complesso dalla messa in scena e dalla maniera di raccontarlo, con incongruenze (apparenti o reali), salti temporali e i temibili spiegoni che qui diventano più pervasivi del solito.

Nonostante questi difetti e qualche stridio di troppo, però, siamo davanti a un film meraviglioso. Nolan sfrutta trame complesse, concetti enormi e soluzione sci-fi solo per portare sullo schermo quello che nessuno ha mai fatto prima. La lunga scena della battaglia in due tempi è qualcosa di mastodontico per complessità e accuratezza e decisamente qualcosa che difficilmente verrà mai riproposto. Ed è proprio in scene come queste che salta fuori la vera dote di Nolan, rendere chiari concetti e scene confuse e difficili. A questo si può associare la sempre interessante componente filosofica (semplice, ma mai indagata troppo quella della "bomba inesplosa") e soprattutto che Nolan è uno dei migliori registi action in circolazione.

Siamo di fronte a un autore a tutto tondo che scava nelle psicologie, nei drammi e nei concetti complessi, ma alla fine è l'unico che riesce a rendere fenomenale un aereo che si schianta senza neanche alzarsi da terra (la mia scena preferita del film). Lo ripeto, Nolan è uno dei più grandi registi action in circolazione.


PS: sono io che non l'ho mai notato o questo è il primo film di Nolan con dell'ironia?

lunedì 18 maggio 2020

Figli degli uomini - Alfonso Cuarón (2006)

(Children of men)

Visto su Netflix.

In un futuro distopico gli esseri umani sono diventati tutti, massivamente, infertili. Si vive in un mondo arido, senza speranza e violento, con gli stessi problemi attuali, ma drammatizzati ed estremi.
(Un uomo viene contattato dalla sua ex moglie (capo di un gruppo di resistenza) per una missione speciale, scortare una donna verso un luogo di mare dove dovrebbe esserci una nave di un fantomatico gruppo di salvataggio internazionale ad attenderla.

Grazie ai soldi e alla credibilità guadagnati dall'Harry Potter più oscuro, Cuaron può realizzare il più interessante film di fantascienza degli anni zero. Gran parte del fascino del film nasce non dallo spunto iniziale, ma dalla messa in scena e dalla regia.
la messa in scena è quella di un futuro prossimo, dove la tecnologia è avanzata, ma non in maniera eccessiva e risulta già usurata, infangata, sporca. Una messa in scena che esalta il tono crepuscolare della trama e che ne determina la credibilità.
La regia poi (il vero motivo di gloria del film) tenta il tutto e per tutto per essere immersiva, con macchina a mano e una serie di piani sequenza che servono a dare unità d'azione e ad aumentare la claustrofobia delle vicende riuscendo nello stesso tempo a far risultare il film un action anche se molto di quello che avviene è una lunghissima fuga a piedi. Se è giustamente famoso il piano sequenza finale (lunghissimo e complicato che termina con un'epifania incredibile) credo vadano encomiati anche la scena d'apertura (che con la sola voice over del tg spiega lo spunto fantascientifico alla base, presenta il protagonista e il mood dell'intero film), ma soprattutto la scena all'interno dell'auto, un capolavoro di complessità e colpi di scena.
Tutto questo sforzo enorme, da spessore alla vicenda, da capacità d'immedesimazione che altrimenti rimarrebbe parziale, ma soprattutto aumenta l'effetto angosciante e senza speranza (se non una luce alla fine assoluta, ma all'interno di un mare di disperazione) che è il cuore del film.
Un film che è fatto da una fuga di un'ora e mezza tra le più crudeli ed emozionanti di sempre.

PS: Owen al suo meglio, stropicciato e abbattuto è il protagonista perfetto.

mercoledì 22 maggio 2019

Gli insospettabili - Joseph Mankiewicz (1972)

(Sleuth)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.

Un anziano scrittore di gialli invita a casa sua il giovane mante della moglie. La giornata prende subito una piega curiosa, l'uomo infatti, chiede al giovane di aiutarlo a farli arricchire entrambi. MA presto il piano prende una piega inaspettata. Questo sarà solo il primo di vari colpi di scena e il primo di tre giochi sempre più estremi.

Tratto da un'opera teatrale questo film è tutto improntato alla recitazione; si appoggia integralmente sulle spalle di un Olivier che gigioneggia con classe infinita e un Caine di livello. Più di due ore di film con solo due personaggi è cosa difficile da sopportare, soprattutto in un film fatto di dialoghi; il loro piglio riesce a vincere su tutto.

Il film è suddiviso in almeno tre parti distinte ognuna implausibile in un climax ascendente di WTF che solo chi accetta di farsi trasportare dall'ottimo ritmo riuscirà a tollerare.

Inoltre questo è l'ultimo film realizzato da Mankiewicz che, con l'età, sembra aver acquisito un dinamismo sempre maggiore. Dato la dimora in cui si svolge la vicenda è estremamente articolata  e parte integrante del racconto, il regista si muove spesso alternando primi piani a inquadrature ampie o su più livelli che permettono di incastrare i personaggi all'intenro del nugolo di giochi che popola la casa.

Film certamente superficiale e con meno thrilling di quanto vorrebbe; tuttavia divertente e sostenuto per tutto il suo minutaggio e da adito a un paio di interpretazioni eccellenti.

venerdì 2 febbraio 2018

Youth. La giovinezza - Paolo Sorrentino (2015)

(Id.)

Visto in aereo.

Un anziano compositore si è ritirato in una spa sulle alpi svizzere, buen retiro di diversi personaggi uniti dalle professioni artistiche (un regista, un attore, Maradona, ecc...) e dal momento di crisi che, singolarmente, stanno attraversando.

L'estetica di Sorrentino è da sempre piuttosto standardizzata (regia dinamica, ricca di movimenti di macchina da presa, piani sequenza, uso delle musiche scorsesiano, cura fanatica della fotografia) e questo film non cambia di una virgola, si concede solo una fotografia dai colori più delicati per assecondare il tema più fragile e per l'ambientazione elegiaca.
L'altra caratteristica dei film di Sorrentino è il fatto di non avere mai una trama continua, ma (come già Fellini), di costruire storie affiancando momenti disgiunti in un unico grande flusso, che il regista napoletano coagula attorno a un protagonista larger than life.
E qui si arriva alla terza caratteristica standard di Sorrentino: i suoi personaggi. Da sempre il regista costruisce i propri film su un unico protagonista, granitico, centralissimo e con il potere (talvolta un potere relativo come ne "L'amico di famiglia" se non marginale a un potere più grande come ne "Le conseguenze dell'amore"). Da sempre, poi, i suoi personaggi sono dei freak solitari, degli outsider rispetto alla società in cui sono totalmente integrati, potenti, ma avvicinati solo per necessità, di successo, ma comunque isolati. Quello che cambia di più in questo film è proprio il protagonista; un personaggio di potere relativo (è solo un compositore, ma ancora quotato e molto ricercato), solitario e con problemi di comunicazione, ma totalmente positivo. Non è un outsider, anzi, sarebbe ancora centralissimo e desiderato, ma è lui a tendere all'isolamento. Una differenza non da poco che trasformano il classico personaggio sorrentiniano (una versione becera di un protagonista timburtiano) in uno eroe classico del cinema contemporaneo.
Questa scelta, di per sé non negativa, si associa male alla pretesa poesia visiva del regista; una poetica continua fatta proprio dal suo stile che nei film precedenti si coniugava benissimo alla storia raccontata, affiancando la bellezza dell'esecuzione alla negatività del contesto; da questa dicotomia la poesia è sempre stata spontanea e spiazzante. Qui c'è una galleria di personaggi feriti, ma positivi, che si trovano soverchiati dalla vita e vengono ripresi con la stessa mano pesante, dando vita a una lunga serie di scene pretestuose che trasmettono pochissimo delle emozioni che vorrebbero creare (su tutte, vince per paraculaggine, Caine che dirige i rumori di una vallata alpina).

PS: magnifico il cameo di Jane Fonda.

mercoledì 8 novembre 2017

Insospettabili sospetti - Zach Braff (2017)

(Going in style)

Visto in aereo.

Tre, anziani, amici, tutti sofferenti di ristrettezze economiche (chi rischia lo sfratto, chi ha problemi di salute e chi sta per cadere in una storia d'amore senile) si decidono, dopo molti ripensamenti, a commettere una rapina, di farlo con etica, ma anche con serietà.

Remake di "Vivere alla grande", film del 1979 che, purtroppo, non ho visto, ma dalla cui sinossi si intuisce un peso specifico maggiore o, quantomeno, più cinismo e meno faciloneria.
Alla sua terza opera da regista, Braff, cade nei suoi consueti difetti, la voglia programmatica di essere originale pur nella stretta via dei buoni sentimenti, se possibile legati a degli outsiders e/o picchiatelli che facciano tenerezza (ok, mi sto basando solo a "La mia vita a Garden State" dato che "Wish I was here" non l'ho ancora visto, ma mi sembra che stia nel solco già tracciato).
Per portare a casa il risultato, in questo film, Braff, segue un paio di tendenze degli ultimi anni e le allaccia a un heist movie classico, ma limitato alla sola seconda parte del minutaggio. Le due tendenze sfruttate sono i film geriatrici e le commedie in cui l'anticapitalismo si sviluppa in atteggiamenti illeciti come forma di liberazione dell'oppresso (si veda "Dick e Jane" o "Colpo di fulmine"). Se la prima delle due è un rimasticamento furbo, più che intelligente, di generi e vecchi attori per raggranellare facili spettatori, la seconda è, spesso, un modo piuttosto intelligente che ha trovato la commedia per declinare gli anni della crisi economica.
Ecco Zach Braff prende tutto quanto, lo mischia a un buonismo scaldacuore estremamente irritante, lo epura da ogni rischio di essere minimamente spigoloso, lo incolla in un film dalla sceneggiatura poco solida (poche le idee degne di nota e spesso attaccate le une alle altre senza alcuna grazia) e assume 3 nomi altisonanti sperando di fare cassa...
A conti fatti l'ultima manovra, la presenza di Caine, Freeman e Arkin, è l'unico motivo per cui l'ho voluto vedere e, dunque, è la vera decisione di marketing a cui bisogna riconoscere un certo successo. Anche i tre protagonisti, però, pur facendo il loro compito nel migliore dei modi, sono sviliti da un film dozzinale più che esserne accompagnati; non sarebbe neanche da citare, per rispetto suo, la comparsata di Lloyd. Fa invece piacere rivedere sullo schermo Dillon che mi era uscito dai radar da molto tempo, lui veste i panni, innocui, del poliziotti o porta a casa un risultato facile senza perdere troppo smalto.

Da evitare

mercoledì 10 dicembre 2014

Interstellar - Christopher Nolan (2014)

(Id.)

Visto al cinema.

In un futuro bloccato in una stasi per assenza di ricerca della conoscenza (a parte l'agricoltura, le scienze sono scomparse) la terra sta morendo a causa di una piaga che distrugge le colture. La NASA si è fatta segreta e cerca una soluzione nella fuga nello spazio alla ricerca di mondi abitabili. Un padre di famiglia, ex ingegnere NASA, viene scelto per l'ultima missione, quella che dovrebbe selezionare definitivamente il piante. Dovrà abbandonare la famiglia consapevole che potrebbe non rivederla più.

Sinceramente trovo fantastico che si possa assistere al cinema a dei film del nuovo Kubrick; un regista che con Kubrick condivide l'arroganza di tematiche, la forza produttiva e il rigore formale; per questo film però viene aggiunta anche una sonora dose di sentimentalismo degno di Spielberg che nei precedenti non c'era. Per chi ha amato i film precedenti di Nolan e la loro glaciale bellezza, questo potrebbe essere il difetto principale. Se a questo ci si aggiunge che "Interstellar" è il suo film più pretenzioso, ma non il più riuscito, l'inevitabile paragone con i precedente lo potrà rendere ancora più inviso.

Comunque "Interstellar" è uno splendido film. Oltre due ore senza noia parlando di amore, fisica quantistica e family drama non è cosa facile.
Le scene sulla terra sono un perfetto connubio di modernariato e tecnologia (non in versione fumettistica, ma tutto rigorosamente verosimile) con una morte che aleggia inquietante in ogni inquadratura.
Lo spazio è un mondo pericoloso, ma affascinante, pieno di umanità.
Per tutto il film c'è una corsa verso la salvezza per evitare una minaccia invisibile; perché questo è un film leggermente miyazakiano, non ci sono cattivi, tutti sono buoni o hanno buone ragioni per fare ciò che fanno (o quantomeno sono comprensibili), come viene detto nel film la natura non è maligna, al massimo è spietata e, per la prima volta, lo spazio profondo viene presentato per quello che è, una porzione della natura.
In un film così sentimentalmente buono anche la tecnologia non può più essere quella kubrickiana; qui la tecnologia è benigna, quasi organica (il drone che vola da solo da dieci anni e di cui la figlia chiede che venga liberato; o il rapporto con i robot e la tristezza per doverne sacrificare uno), a dispozione dell'uomo, ma viva e completa in sé stessa (e viene creato un nuovo robot da inserire nella galleria degli androidi cinematografici).
Ovviamente anche qui c'è un ampio discorso sul tempo che da diversi film a questa parte (praticamente dall'inizio della carriera) Nolan sembra portare avanti, sulla percezione alterata e diversa da persona a persona.

Come sempre ottimo il lavoro sugli attori che danno il massimo e l'ancor più sensibile lavoro sui corpi che diventano parte integrante del film (incredibile come gli attori più famosi in questo film non compromettano la sospensione dell'incredulità).

Ci sono parecchi errori e diverse ingenuità, ma tutto senza conseguenze evidenti; giusto il finale è caotico ed eccessivo, giusto lì l'arroganza di Nolan si fa altissima e difficile da seguire, ma se non si rimane troppo a fare gli schizzinosi il risultato è comunque piacevole.

venerdì 2 agosto 2013

Now you see me, I maghi del crimine - Louis Leterrier (2013)

(Now you see me)

Visto al cinema.

Quando, da bambino, mi chiedevano cosa volessi fare da grande, rispondevo alternativamente, il veterinario, l’imbianchino o il mago… quindi ad un film del genere ci tengo.
Un gruppo di maghi scelti, apparentemente, a caso, viene assunto da uno sconosciuto per fare il più grande spettacolo di magia di sempre. Si mettono sulle tracce dei maghi, dei riccone derubati, la polizia e una specie di Giacobbo che smaschera le magie.
Come il film comincia si fa evidente il primo grosso problema, in mezzo ad un cast di tutto rispetto, mi mettono come co-protagonista Mark Zuckerberg; questo indica avere un problema di casting.

Poi comincia il primo vero trucco di magia e (WTF?) ci sono almeno due problemi; non è uno spettacolo di magia (se la magia avviene su uno schermo anziché dal vivo chiederebbero tutti i soldi indietro… solo che li già glieli danno i soldi); secondo è tutto in CG (ecco, se mi fai delle magie, vorrei potermi stupire della prestidigitazione, se fai tutto col computer allora tanto vale che mi stupisca guardando i Na'vi di Avatar)…

Poi la storia prosegue, il gruppo di maghi sembra sempre di più una ditta che organizza eventi e devolve soldi e sempre meno maghi, la storia si fa sempre più sconclusionata (anche se un poco di fascino le rimane) e la tecnologia fa le veci della magia (le carte che si uniscono insieme a formare una specie di chiave elettronica è utilizzare una fanta-scienza al posto della bacchetta magica).


Leterrier, ha un bel lavorare per rendere chiaro quanto succede, dare verosimiglianza a persone ed eventi e a fare tutto con una fotografia patinata, ma l’effetto finale è comunque stucchevole. 

mercoledì 24 aprile 2013

Rumori fuori scena - Peter Bogdanovich (1992)

(Noises off...)

Visto in tv.

Un cast teatrale in cui le intemperanze, ma soprattutto gli affetti, personali corrono fra tutti i colleghi deve mettere in scena una commedia degli equivoci dai ritmi serrati; quello che si vedrà sarà la copia della commedia stessa nelle vite degli attori, si snoderà la loro personale commedia degli equivoci dai ritmi serrati mentre provano e mentre recitano.
Bogdanovich è il più intellettuale, tecnico, autoriale e cinefilo regista americano… almeno il più grande ad avere tutte e quattro queste caratteristiche. Agli esordi tutto ciò gli fece realizzare alcuni dei più bei film anni ’70, ma poi cominciò a perdere colpi. In questo film però dimostrò di avere ancora le doti degli inizi.

Il film parla di un’opera teatrale le cui caratteristiche si intersecano con le vite private del cast, niente di più banale; ma Bogdanovich su questo crea un’altra opera teatrale (perchè questo è il film, per i toni, la verbosità, la recitazione e la suddivisione delle scene, nonché per il fatto di essere davvero tratto da un’opera teatrale) suddivisa in tre atti.
Nel primo atto, la prova generale, ci viene mostrato il primo atto della commedia nonché le personalità dei protagonisti, nonché un inizio di intreccio. Questa prima parte quietamente divertente è diretta con il solito piglio arrogante di chi ama i piani sequenza e le inquadrature inusuali. Una gioia per gli occhi, un tiepido antipasti per quanto riguarda il divertimento.
Il secondo atto è la messa in scena dell’opera ad una matinee di relativa importanza. Gli umori del cast sono furenti e l’odio non solo è palpabile, ma difficilmente contenibile. Bogdanovich mette in scena al suo meglio regalandoci una sequenza fenomenale; se nella prima parte del film, tutto era mostrato guardando sul palco, qui tutto si sviluppa dietro le quinte; e Bogdanovich da cinefilo qual è ci regala uno strepitoso film comico slapstick sul modello di quelli degli anni ’20, divertentissimo girato da dio senza una pausa e senza un capello fuori posto.
Il terzo atto è la rappresentazione a Cleveland, la serata più importante. Gli umori sono totalmente fuori controllo ed il cast si divide in chi si ubriaca e si sfoga in scena, in chi cerca il recupero ed in chi va avanti fregandosene di tutto. Si ritorna a guardare il palco ed in crescendo rispetto alle scene precedenti il caos è ai limiti massimi ed il divertimento raggiunge alcuni picchi memorabili.

Bogdanovich crea la solita opera complessa, parzialmente ispirata ad un filone cinematografico d’altri tempi e sempre con le prove di forza muscolari (a livello di regia) e tocchi di classe da campione; il tutto sorretto da un cast che esce trionfante da un film tutt'altro che ovvio.
Il consiglio è di non fermarsi alla prima parte del film, che può risultare carina, ma stucchevole; quello non è altro che l’incipit per introdurre lo spettatore ad un grande spettacolo.

venerdì 5 ottobre 2012

Il cavaliere oscuro - Christopher Nolan (2008)

(The dark knight)

Visto in Dvx, in lingua originale sottotitolato in inglese.
E poi arriva il Joker... la presenza di Batman crea una spaccatura in Gotham tra chi lo sostiene (e lo imita stupidamente) e chi lo considera un pericolo; ma la sua figura fa da esempio per un nuovo procuratore distrettuale per perseguire la mafia, ma anche al Joker, come ecquivalente negativo del cavaliere oscuro... lui causerà di tutto, anche la nascita di due facce.

Decisamente il meglio film della trilogia; senza se e senza ma. Probabilmente è il migliore perchè essendo quello in mezzo non deve perdere tempo a creare le origini e neppure a costruire un finale totalmente definitivo e si prende le 2 ore e mezza per costruire un storia enorme. Poi se a questo ci si aggiungono i due villain più belli mai creati per la serie di Batman il gioco è fatto (ma sarebbe bastato anche solo il Joker).

Poi i vari livelli di racconto proseguino, alcuni si chiudono, altri iniziano.

Il fulcro di questo film che si apre e si chiude in queste 2 ore e 30 è il doppio. Tutto è un rapporto fra poli opposti dall'ovvio Wayne/Batman e due facce/Dent, al Batman/Dent e Wayne/Dent. Ma su tutti è il rapporto simbiotico fra Batman (l'emissario dell'ordine) ed il Joker (quello del caos) che vince, perccè ognuno interpreta un bisogno ed un modus operandi di una città, la necessità delle regole e lo sviluppo casuale che inevitabilmente si imprime nelle zone d'ombra.
Questo discorso porta con se ancora una volta il discorso della città di Gotham come personaggio che qui diventa preponderante, vista soprattutto dal punto di vista della società e dei cittadini.
Inoltre il discorso del doppio nasce dall'altro grande concetto di reazione uguale e contraria che viene più volte ripetuto. Batman all'interno di una società diviene un simbolo positivo, ma inevitabilmente modifica anche ciò che esiste di negativo che deve correre ai ripari; il Joker (e quindi anche due facce) sono figli di Batman.
La mitopoiesi dell'eroe che è iniziata nel primo capitolo qui incontra "la caduta" come evento inevitabile per poter risalire, ma mostra anche come la creazione di un simbolo porti alla comparsa di eroi ad esso ispirati (che di fatto era l'obbiettivo dichiarato di Bruce Wayne) e ad inevitabili copycat di bassa statura.
Infine c'è un ampio discorso sulla vendetta e sull'uso del male per fare il bene e viceversa, temi minori che però attraversano tutta la pellicola.
Forse un pò tutto il film è proprio nella frase di Dent "O muori da eroe, o vivi abbastanza a lungo da diventare il cattivo".

Un encomio rinnovato va alla volontà di quasi verosimiglianza che ha voluto imprimere Nolan ai suoi film, vero motivo per cui Heath Ledger è riuscito a creare il miglior cattivo di sempre; questo unito ad una recitazione animalesca che si esmprime tutta sulle movenze dinoccolate, ingobbite e ossessive (anche del viso) riesce a riempire lo schermo ad ogni inquadratura del Joker.
Nolan riesce a rendere solidissimo un film dalle mille sfumature e a rendere invisibile una regia che obbligata a mille scelte.

Mi accodo a badtaste nel dire che questo è probabilmente il film supereroistico più importante di sempre ed il film commerciale più importante di sempre (almeno dai tempi de "Lo squalo").

mercoledì 3 ottobre 2012

Batman Begins - Christopher Nolan (2005)

(Id.)

Visto in DVD in lingua originale sottotitolato in inglese.

La storia di come il giovane Bruce Wayne vada a trovare se stesso in tibet e là dovrà fare i conti con gente cattiva e con le sue paure e, una volta tornato a Gotham, faccia tesoro di questi insegnamenti per diventare Batman.

Devo ammettere che quando lo vidi la prima volta il film non mi sembrò un gran che, ma rivisto ora alla luce della trilogia completa acquista tutto un altro senso e tutto un altro fascino.

In primo luogo l'intento base di Nolan è quello di calare Batman dall'ambiente assurdo e fumettoso di Tim Burton ad un livello più realistico, più verosimile. Per carità i WTF sono infiniti, però l'intenzione è buona e funzionale allo sviluppo delle storie parallele e nel secondo capitolo diventerà l'idea vincente. Poi trovo ridicolo che per rendere verosimile la storia di Wayne/Batman bisogna rivolgersi ancora al "ritrovare se stessi con la forza interiore asiatica" che fa tanto anni '90. Più che assurdo lo trovo proprio anacronistico.

Detto ciò il film è effettivamente un'opera a più livelli che si sviluppano, alcuni, nell'arco di un paio d'ore, altri nel giro di due o tre film. In tutta questa storia Batman diventa solo un pretesto...

Il leit motiv di questo primo capitolo è la paura e il suo controllo, su se stessi o sugli altri. E questa storia diventa il motore immobile della nascita di Batman così come del progetto di distruzione di Gotham.
Il secondo concetto sviluppato in questo film è il rapporto con il proprio passato, discorso quantomai banale che per fortuna viene risolto nel finale con un falò.
Dal rapporto con il passato però emerge uno dei due più grossi ideali della saga; la creazione di un mito che sia da simbolo per un miglioramento della società  nel suo insieme. Di fatto questa idea viene per lo più citata in Batman Begins e sarà sviluppata nei seguiti (più  nel terzo che nel secondo... ovviamente).
Da quest'ultima idea si sviluppa anche la città di Gotham come personaggio. E non la città come insieme di edifici, ma neppure la città come concetto sociale, bensì l'insieme delle due cose. Già in questo capitolo Gotham è una comparsa, la vittima (di se stessa) da salvare; ma dal prossimo capitolo diventerà sempre più predominante.
Infine viene citato (più come cliffhanger che altro) l'idea che ad ogni azione risponda una reazione uguale e contraria (l'introduzione del joker).

Si insomma un bel pò di robba che deve fare i conti anche con una trama canonica; in effetti le due ore e venti di film erano il minimo.
Come dicevo il film non è il migliore, perchè deve perdere tempo inutile a far nascere l'eroe, deve iniziare i discorsi che solo più avanti porteranno i loro frutti e soprattutto, non ha un antagonista molto interessante.
Inoltre Bale (che personalmente mi sta molto simpatico) non si rivela la scelta più adatta, in questo film riesce ad essere così poco empatico che provo molta più comprensione per il personaggio di Alfred che non per Wayne.

Detto ciò, grande cast che fa un uso accorto di grandi classici (come Freeman e Caine), di grandi attori (come Gary "Ned Flanders" Oldman, Liam "Liberate il Kraken" Neeson) e grandi paraculi (la Holmes).

lunedì 7 novembre 2011

Non è più tempo di eroi - Robert Aldrich (1970)

(Too late the hero)

Visto in DVD. WWII, in un’isola del pacifico condivisa fra inglesi e giapponesi, viene inviato un militare USA che conosce il giapponese per una missione pericolosa. Il film mostra il manipolo di militari che compiono il lungo percorso attraverso la giungla, mettendo in evidenza l’inadeguatezza dei superiori, il menefreghismo e l’opportunismo dei subalterni ed in generale l’antieroismo militanti di tutti i personaggi.

Diciamolo subito, il film intrattiene senza eccessiva noia, e questa è la sua dote principale. Le scene (all’inizio e alla fine) degli uomini nella terra di nessuno dove i compagni al sicuro li incitano come in un gioco sono lodevoli; l’idea del duello a distanza fra il comandante giapponese ed i suoi annunci con gloi altoparlanti ed il manipoli di inglesi, nonché diversi guizzi di amaro cinismo sparsi qui e la sono assolutamente pregevoli… ma a conti fatti sono solo un buon incartante per un film mediocre nella realizzazione, che si fa scudo di un antieroismo fin dal titolo per poi sfociare nella più banale glorificazione del working class hero, mostrando che in situazioni di vera necessità tutti sono in grado di dare il meglio ecc…

Si insomma, una film sbagliato in partenza.

venerdì 8 ottobre 2010

Inception - Christopher Nolan (2010)

(Id.)

Visto al cinema.

Di Inception ne ha già parlato chiunque. C'è poco da aggiungere; è un incasinato capolavoro dal finale apertissimo come piace da queste parti. E basta.
Ciò che più impressiona però è l'indubbia capacità di Nolan di realizzare film concettualmente complessi che riescano comunque a vincere al box office, captando l'interesse generale; a riuscire a mantenere sempre ciò che promettte, e soprattutto all'impressionante capacità di parlare di qualunque cosa per più di 2 ore rendendo tutto chiaro e senza mai un momento di stanca.
Nlan si conferma come la migliore scoperta cinematografica degli ultimi anni. Se già si erano viste le sue mire autoriali in "Memento" o "Following"; con la serie di Batman e questo film fa capire che può fare di tutto, farlo bene, farlo realistico (è questa una delle formule vincenti degli ultimi film) e a guadagnarci parecchio. Si, insomma, Nolan è il nuovo Spielberg.
L'unica cosa su cui ho dei dubbi è se questo film sia effettivamente migliore di "The dark knight"... sinceramente ho dei dubbi; in ogni caso la scena di combattimento nei corridoi dell'albergo, tra stanze che girano e assenza di gravità, la voto come miglior scena d'azione di sempre.
Attendo già ora il prossimo film di Nolan.

domenica 28 febbraio 2010

Vestito per uccidere - Brian De Palma (1980)

(Dressed to kill)

Visto in DVD.

Un De Palma classico, fatto di piani sequenza, macchina da presa mobile, split screen (spesso cammuffati da autofocus), trama tendenzialmente perversa, citazioni hitchcockiane in serie. Ecco in questo film, così come nel successivo "Omicidio a luci rosse" De Palma cerca d'essere un Hitchcock del trash cresciuto negli anni 70 e che lavora negli 80 (al posto di De Palma anche Hitchcock avrebbe fatto gli stessi film). In questo film però appare più rilassato che non nel successivo, non vuole strafare troppo; copia e incolla idee da "Psyco" e da "La finestra sul cortile" inserendole sempre felicemente (la protagonista che muore dopo mezzora è una di quelle cose che rendono il cinema un luogo migliore); la macchina da presa sempre in movimento si muove con grazia, quasi senza accorgersene; il montaggio impeccabile dona qualche momento da ricordare (su tutti l'omicidio nell'ascensore). Il film perde colpi nella seconda parte, quando il colpo di scena che va a delinearsi diviene prevedeibile e dove il finale si mostra scontato, ovviamente anche la regia si adopera nel già visto; carino che il film sia circolare con la scena finale copiata da quella iniziale.
Ovviamente il film non è perfetto la storia è adeguata allo spirito trash De Palma e non risparmia ridicolezze o voyeurismi di vitaliana memoria (il problema di De Palma è che si ostina a scriversi i film, se lasciasse campo libero ad altri sarebbe uno dei migliori registi in circolazione); gli attori poi sono piuttosto osceni (neppure Caine mi ha convinto molto!) e certo non sono aiutati da personaggi scritti con un pennarello a punta grossa (il personaggio del detective Marino è l'estrama coseguenza della banalità nel campo dei poliziotti italo-americani)...
In definitiva una volta entrati nell'ottica di un film di De Palma (condizione sine qua non) questo è decisamente buono, raggiunge tranquillamente la sufficienza, debitamente distante dagli abissi di "Omicidio a luci rossa" ma alla stessa distanza dalle vette di "Gli intoccabili" o "Blow out".